La mia estate indaco

Il testo ha partecipato e vinto la Gara di lettura di Confabulare 2020 online. Faceva parte di un insieme di cinque elaborati (fotografico, pittorico, di testo creativo, musicale e di lettura in video) ispirati dalla lettura del libro di Marco Magnone, “La mia estate indaco”.

 

La vita è imprevedibile, altalenante. Un giorno va tutto a gonfie vele e l’altro ti ritrovi sul fondo.

Non puoi prevedere quando toccherai il fondo, sarebbe troppo facile saperlo in anticipo. Improvvisamente il dolore ti travolge. Non puoi fermarlo, puoi solo lasciare che ti invada.

Credo che non esista un modo per far sì che faccia meno male. L’unica cosa che puoi fare è lasciarti travolgere, come quando da piccoli, quando il mare era un po’ agitato, ci mettevamo di fronte alle onde e ci lasciavamo sommergere…

Tutto inizia quando il vento e le correnti formano l’onda, poi c’è lo schianto: l’acqua ti batte sulla pelle e fa un po’ male, poi ti lasci cadere nella sua quiete.

C’è un evento che provoca il dolore.

E il dolore è come un’onda. Ma non sai per quanto tempo resterai sott’acqua.

All’inizio quell’onda ti strappa bruscamente alla tua realtà e per alcuni versi è bello stoppare quel dolore. Poi però l’ossigeno inizia a scarseggiare e non vedi l’ora di tornare alla normalità.

Secondo me il dolore si divide in due fasi.

La prima è quella della quiete.

Il mondo si ferma e ti ritrovi con te stessa. Hai l’opportunità di scavare dentro di te, anche se fa male. In questa fase capisci che le tue certezze possono crollare da un momento all’altro e allora ti chiedi “In che cosa ho creduto fino ad ora? In che cosa voglio credere?”. È la fase più introspettiva del dolore. Forse la vita non sarebbe la stessa senza di essa.

Poi c’è la seconda fase, quando l’ossigeno inizia a scarseggiare.

Le domande si focalizzano sull’evento scatenante. “Perché è successo a me?”, “Perché la vita può essere stravolta così bruscamente?”, “Perché mi sento soffocare?”, “Ho meritato questo dolore?”

Inizia a mancarti l’ossigeno perché la risposta a quelle domande non c’è. E questo ti fa ammattire ancora di più.

Non tutti reagiscono allo stesso modo. Alcuni piangono, altri urlano, c’è chi si sfoga con le persone care, c’è chi si tiene tutto dentro, c’è chi si rifugia nelle passioni. Non c’è una maniera giusta per reagire, il dolore è soggettivo.

Io mi sono tenuta tutto dentro.

Ricordo quel periodo della mia vita per filo e per segno. È stato un periodo orribile. Ma non puoi rimanere sott’acqua per sempre.

Il vento che ha scatenato l’onda è stato un vento proveniente dall’alto. Quel vento ha risucchiato l’anima della mia amica Adele. Non mi ero resa conto della sua importanza fin quando non è stata portata via.

Una parte di me in quel momento avrebbe voluto andarsene. Senza dire nulla, anche perché mi sembrava che parlare fosse un’operazione sempre più complicata: complicata e difficile.

Avrei voluto scappare da qualche parte, isolata da tutti, sola con il mio dolore, perché nessuno capiva il mio dolore!

Tutti che dicevano “lei è ancora viva nei tuoi ricordi”, “lei ti protegge”, “ora è in un posto migliore” e altre frasi fatte che anziché consolarmi mi straziavano ancora di più.

In quel periodo mi sono sentita persa, la mia quotidianità era improvvisamente e irreversibilmente cambiata. Non potevo tornare indietro e non sapevo come andare avanti.

Ho vissuto un dolore lacerante e straziante e inizialmente non pensavo che sarei riuscita a superarlo.

Ma la vita è imprevedibile, altalenante. Un giorno sei sul fondo e l’altro va tutto a gonfie vele.

La mia amica morì a maggio e a luglio andai in campeggio come tutti gli anni. All’inizio pensai che la vacanza non sarebbe servita un granché e che avrei passato due settimane appartata con il mio dolore, che non mostrava alcun interesse ad andarsene. Ma, ed evidentemente è vero quel che si dice, la speranza è l’ultima a morire.

Il primo giorno, dopo aver sistemato il camper con i miei genitori, andai in spiaggia e come ogni anno feci un salto al baretto per conoscere il nuovo barman. Seduto ad uno sgabello, che beveva un tè alla pesca, c’era anche un ragazzo che non avevo visto mai visto negli anni precedenti. Era riccioluto, gli occhi di un colore particolare, occhi magnetici. Si presentò subito, forse perché aveva notato che lo stavo fissando. Si chiamava Enea. Iniziò subito a darmi confidenza e io mi sentivo molto a disagio. Non mi andava molto a genio perché, al contrario mio, lui si aprì subito con me. L’unica persona con cui avrei volevo aprirmi era Adele, ma lei non c’era più.

I giorni passavano ed Enea continuava a cercarmi, mi parlava, rispondeva ai miei mugugni con un fiume di parole tenere, scherzose, serie, piene di aneddoti, domande, riflessioni. Quasi ignorava la mia freddezza. Fino a quando un giorno lo affrontai apertamente. Gli chiesi perché mai continuasse a starmi accanto e ad aprirsi con me nonostante io fossi così fredda con lui. Lui mi rispose che in me vedeva una luce particolare: la luce di chi ha provato tanto dolore e lotta, sperando di farcela un giorno! A quelle parole mi commossi.

Ho sentito Enea prendermi la mano, chiuderla dentro la sua, e non lasciarla più. Né quel giorno, né quelli a venire.

Enea mi ha insegnato che non serve rimuginare sul passato, non serve pensare “se avessi fatto questo, se non avessi fatto quest’altro”. Perché in questo modo ci stringiamo ancora di più al dolore. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo far sì che il passato cambi noi. Mi ha insegnato che non dobbiamo sprecare la vita pensando alle cose che non accadranno mai, che non potranno più accadere. Che dobbiamo riempirla di nuovi ricordi.

Ogni tanto è bello voltarsi indietro e ripassare per la strada che abbiamo fatto, nel bene e nel male.

Le cose e le persone che non abbiamo più con noi ci mancano e ci mancheranno, ma per andare avanti devi semplicemente accettare il fatto che molte avvenimenti non hanno un senso. Forse nessuno merita di essere felice, così come nessuno merita di soffrire. Però siamo felici e soffriamo continuamente.

Enea mi ha insegnato che nonostante molti eventi non abbiano un senso, se siamo dove siamo in questo momento è perché il destino lo ha voluto.

Credo nel destino e confido nel fatto che per ogni persona che perdiamo, ne incontreremo un’altra che ci renderà felici. Dobbiamo semplicemente permettere a queste persone di entrare nella nostra vita.

Non neghiamo a noi stessi il piacere semplice di essere felici!

Albarosa Strippoli, classe II A Scuola Santarella, a.s. 2019/2020

Progetto Bimboil Junior: che poesia!

Anche quest’anno la nostra scuola ha proposto agli studenti diversi concorsi, per permettere agli alunni di liberare la propria fantasia, creatività e perché ognuno potesse mettere in gioco le proprie competenze.

L’Istituto ha presentato i concorsi ai quali partecipa da molti anni ormai: il Concorso “Cataldo Leone”, che vede partecipare tutte le scuole di Corato, il Concorso “Il Giralibro”, per il quale gli studenti si relazionano con altri alunni di tutte scuole d’Italia. Quest’anno la nostra scuola ha partecipato a un concorso nazionale diverso dal solito, esteso alle classi seconde dell’istituto, per il quale le conoscenze scientifiche si sono mescolate sapientemente a quelle letterarie.

“Olio in cattedra”, è questo il nome del progetto di Educazione alimentare promosso dall’Associazione Nazionale Città dell’Olio; il fine è quello di sviluppare nei giovani la consapevolezza di bene, l’olio, che fa parte della nostra gastronomia e caratterizza il nostro Paese, conosciuto in tutto il mondo per la produzione dell’oro giallo.

L’obiettivo didattico del progetto consisteva nell’acquisire nozioni scientifiche in un percorso con l’insegnante di scienze, che fornissero la base per la stesura di un testo poetico, affrontato con l’insegnante di lettere.

Il concorso ha pertanto offerto la possibilità di analizzare l’olio, questo importante bene della nostra terra, dal punto di vista scientifico e letterario.

Le classi seconde partecipanti hanno deciso di sviluppare il tema proposto in maniera dissimile, dando prova di creatività e originalità.

Noi studenti della II D abbiamo lavorato con costanza e impegno per diversi mesi alla realizzazione del progetto.

A dare inizio a questo meraviglioso viaggio fra le ricchezze di cui la natura dispone, che sono la base della nostra dieta mediterranea, è stata la docente di materie scientifiche la quale, conducendo lezioni interessanti e avvincenti che ci hanno visti partecipi, ha introdotto l’argomento evidenziando le caratteristiche scientifiche dell’olio.

L’insegnante ha diviso gli alunni in diversi “gruppi di ricerca” che avvalendosi di media, libri, enciclopedie o testimonianze fornite da persone qualificate, hanno analizzato le diverse caratteristiche dell’olio, quali la pianta, il frutto, la crescita, lo sviluppo, le regioni in cui è diffusa la coltivazione dell’ulivo.

In questo modo, gli alunni hanno potuto arricchire il proprio bagaglio culturale in un modo alternativo: noi studenti, improvvisandoci “piccoli professori”, abbiamo infatti esposto le nozioni apprese alla classe, a seconda del contenuto delle ricerche effettuate. Un ruolo fondamentale è spettato all’insegnante che, mediante le sue conoscenze, ha precisato o corretto alcuni concetti.

Oltre alla sapiente guida della docente, noi alunni abbiamo potuto dissolvere dubbi, perplessità.  Abbiamo poi chiedere il parere circa le nozioni apprese a un esperto, proprietario di un frantoio per parecchi anni: questi ha spiegato il segreto per riconoscere un olio di qualità, i macchinari utilizzati per la trasformazione dell’olio, i diversi processi ai quali l’olio è sottoposto, le caratteristiche dell’oro giallo del nostro territorio.

Il percorso scientifico si è concluso con la realizzazione di diversi cartelloni e plastici tridimensionali a cura dei gruppi. I primi, esposti fuori dall’aula, sono il risultato di quanto maturato nel percorso e si caratterizzano per colori, stili, aspetti grafici.

Il concorso ha consentito agli studenti di poter mostrare il meglio di sé grazie alla propria creatività: noi alunni della 2D ci siamo cimentati nella realizzazione dell’albero di ulivo mediante un plastico tridimensionale! In particolare un’alunna, attraverso un’accurata osservazione dal vero della struttura dell’albero, lo ha realizzato ad altezza d’uomo.

Se credete che il percorso sia volto al termine… beh, avete commesso un errore!
Riprendiamo il tutto da dove ci eravamo fermati. Dopo aver appreso nozioni di carattere scientifico, il compito di guidarci nella buona riuscita del progetto è stato affidato alla docente di lettere, la quale ci ha presentato la tipologia testuale esplicitamente richiesta dal concorso, la poesia: ha pertanto spiegato figure retoriche, tecniche stilistiche e caratteristiche proprie del genere letterario.

Dopo aver acquisito queste nozioni teoriche, noi tutti siamo stati invitati ad esprimere nuovamente la nostra creatività mediante la stesura di più poesie.

La docente, servendosi di esempi rappresentati da testi poetici di grandi poeti, quali Pirandello e Pascoli, ha proposto delle interessanti attività a noi tutti. Ognuno ha dato prova delle conoscenze apprese e delle proprie capacità linguistiche mediante la stesura di una poesia.

Nonostante tutti gli elaborati fossero interessanti, unici nel proprio genere, la docente ha scelto solo un testo poetico, proprio come regole del concorso stabilivano. Il contenuto della poesia scelta ha successivamente preso la forma di un elaborato grafico, usato poi come base di un filmato in cui il testo è stato recitato.

Sono dell’opinione che le istruzioni dei docenti siano state fondamentali affinché il lavoro potesse essere accurato.

Nel testo poetico da me elaborato, “Ode all’olio”, ho sintetizzato in versi le emozioni, sensazioni e ricordi che affiorano nella mia mente quando sento pronunciare la parola “OLIO”: non tutti sono infatti a conoscenza del fatto che l’olio extravergine d’oliva è l’unico e il solo assimilabile al latte materno. La visita dell’esperto, oltre ad arricchire il mio bagaglio culturale, mi ha fatto comprendere quale sia “l’ingrediente” essenziale affinché la poesia non risulti scontata: l’osservazione!

Mi sono pertanto basata sull’osservazione per poter descrivere l’aspetto dell’oro giallo, delineandone le caratteristiche, la consistenza, l’aspetto e completando la descrizione menzionando il sapore e l’odore dal mio punto di vista, avvalendomi di figure retoriche di significato per dare forma alle mie sensazioni.

Negli ultimi versi della poesia ho infine presentato un ricordo molto intimo, personale, costituito da una vicenda quotidiana, alla quale io affido molta importanza: mediante questo ricordo, ho descritto ciò che l’olio rievoca in me, un ricordo che porto nel cuore…

Questo concorso ha fornito la possibilità a me e ai miei compagni di mettermi in gioco: impegno, costanza e determinazione hanno scandito questo percorso. Mi farebbe piacere se la mia classe si aggiudicasse la vittoria, in quanto sono consapevole del lavoro che abbiamo portato avanti e ne sono molto fiera.

Trovo però opportuno concludere citando le parole pronunciate da Pierre de Coubertin, “L’importante non è vincere, ma partecipare”!

 

Nicole Cimadomo, classe II D Scuola Santarella, a.s. 2019/2020

Una fantastica avventura: “Confabulare online”

È stato con grande entusiasmo che, circa nel mese di dicembre, abbiamo intrapreso il viaggio nel fantastico mondo di “Confabulare”, progetto che attraverso un approccio innovativo e ludico, si propone l’obiettivo di motivare noi giovani alla lettura.

“Bambini per gioco”, il romanzo scritto da Luca Azzolini, con cui abbiamo deciso di partecipare, ci ha subito catturato. È un libro che, pur essendo ambientato in una terra di guerra, l’Afghanistan, parla di libertà e di quanto i sogni aiutano a sentirci liberi. Eravamo tutti emozionati all’idea di poter partecipare alla gara di lettura che si sarebbe tenuta a conclusione del progetto, nel mese di maggio.

C’è stato, però, un “piccolo intoppo”, la quarantena a cui siamo stati costretti a causa del COVID-19 per cui non è stato più possibile nessun tipo di contatto sociale, figurarsi una gara con tanti ragazzi tutti riuniti, infervorati dalla competizione!!!

Quando, però, oramai avevamo perso ogni speranza, ecco che gli organizzatori si sono inventati una modalità tutta nuova, adatta alla situazione di distanziamento sociale.  Si trattava di prove di creatività sul libro letto con la realizzazione di foto, narrazioni, disegni, registrazioni audio e video. Secondo voi noi abbiamo accettato la sfida? Certamente sì! Appena la professoressa, un po’ titubante per il pochissimo tempo a nostra disposizione,  ce l’ha proposto, abbiamo accettato con grande entusiasmo e ci siamo messi subito all’opera.

Dal momento che le tracce da sviluppare per ciascuna classe erano cinque, la prof. ha diviso la classe in gruppi, a ciascuno dei quali ha assegnato un compito a seconda delle nostre preferenze e propensioni. Le nostre armi? Tanta buona volontà, voglia di metterci in gioco e… di vincere, non per sentirci superiori ma per avere una soddisfazione dopo tanto lavoro e impegno!

Mi piace concludere con una frase dello scrittore Azzolini: “Se crediamo davvero ai nostri sogni, presto o tardi, troveremo il modo per realizzarli”.

Michela Masciavè, classe ID, “Santarella”, a.s. 2019/20

 

Giochi di una volta

Anche quest’anno l’Associazione onlus “Salute e Sicurezza” di Corato, grazie allo sponsor “Selezione Casillo” e in collaborazione con l’U.O.C. di ORTOPEDIA E TRAUMATOLOGIA del P.O. “DI VENERE” dell’ASL di BARI ha portato nelle scuole della nostra città il Progetto Media, “10 e lode alla tua schiena”. Visite ortopediche per la nostra salute, perché abbiamo imparato che la prevenzione è la nostra arma migliore contro tutti i possibili problemi.

Ma quest’anno c’è stata una novità: un concorso! Tema: i giochi di una volta!

Abbiamo invitato i nostri nonni che ci hanno insegnato i loro giochi! Abbiamo scoperto che uno smartphone non potrà mai darci quello che ci ha dato il gioco della ‘campana’ o il saltare con la corda!

Ci siamo divertiti tantissimo e abbiamo anche imparato un sacco di cose!

Gli alunni della classe I E Scuola Santarella, a.s. 2018/19

 

 

 

La Santarella alla X edizione del Concorso Leone!!

Pubblichiamo con piacere cinque testi, due poesie e tre racconti, che hanno partecipato alla X edizione del Concorso Letterario Cataldo Leone, un concorso intitolato allo stimato e compianto professor Leone, che molti dei nostri docenti hanno conosciuto durante i loro studi liceali.

Al concorso la nostra scuola ha partecipato già dalla prima edizione, 10 anni fa. I primi due testi pubblicati, “Immigrazione” di Rossella D’Introno e “Il grande ponte” di Tristano Martinelli, si sono classificati al 1° posto per la sezione Poesia e al 2° posto per la sezione Prosa.

Ha poi ricevuto il premio Proloco la poesia intitolata al prof. Leone, a cui questa decima edizione è stata dedicata.

Una menzione speciale hanno ricevuto l’elaborato “Il sogno di un delfino” di Antonella Petrone e “La vita è un soffio” di Nicole Cimadomo.Li pubblichiamo con le relative motivazioni della giuria per la menzione ricevuta.

La nostra scuola è stata premiata quest’anno anche per l’elevato numero di elaborati presentati, e di questo noi del S@ntarellino siamo fieri!

Immigrazione

 

Con le nuvole e il vento, in mezzo al mare

Senza un pezzo di pane da mangiare.

Su una piccola barca, con tantissima gente

In preda al panico nella loro mente.

Senza sapere cosa fare.

È ancora un’incognita dove andare.

Le onde si alzano e non si fermano,

soffrendo per giorni per un futuro arcano.

Navigando per giorni senza sosta

Senza mai toccare terra e la nave non accosta.

Freddo e fame si fanno sentire,

riuscire a sopravvivere per non morire.

Con poche speranze ormai da abbandonare,

con l’ultimo fiato sperare e lottare.

Si aspetta un ordine per farli sbarcare,

per aiutarli a non farli affondare.

Rimangono in alto quelle mani disperate,

le uniche che chiedono: “Per favore non sparate!”

andando incontro a tanti Paesi,

nessuno accetta gli ospiti inattesi.

Forse è inutile sperare ancora,

che anime disumane aiutino a salvare.

 

Rossella D’Introno, classe II B Scuola Santarella, a.s. 2018/19


Quel grande ponte

 

Quella sera il piccolo Luca non riusciva a dormire: era impaziente della partenza per Genova (dopo una settimana in Francia per motivi lavorativi dei suoi genitori) per visitare la città e soprattutto visitare l’acquario. Luca era un bambino e amava la natura tanto che per lui la cosa più importante era solo l’acquario. Luca era contento di passare finalmente una giornata con la sua famiglia dopo i giorni impegnativi che i  genitori avevano vissuto. Con loro sarebbero venuti anche i nonni di Luca, i suoi nonni preferiti che volevano tanto bene al loro nipotino. Insomma Luca non vedeva l’ora di partire. Il giorno dopo i bagagli vengono preparati e tutta la famiglia sale in macchina. Luca era molto stanco ma se c’è una cosa che amava fare era soprattutto osservare la strada durante quei viaggi lunghi, e quello era stato un viaggio molto lungo. Per il piccolo tratto di strada fatto in macchina Luca vedeva campi, animali al pascolo e tante, tante case una diversa dall’altra. Poi arrivarono in aeroporto.

Il ponte Morandi com’era

Luca non era mai stato in un aeroporto ma gli sembrava fantastico: non aveva visto mai così tanti aerei in un solo posto. Dopo qualche ora anche lui e la sua famiglia salgono in aereo e si decolla. Per Luca fu un’esperienza fantastica: in poche ore erano passati dalla terra colma di campi al cielo colmo di nuvole bianche. Luca non sapeva quasi niente di Genova e perciò suo padre durante il tragitto gli raccontò la storia di un certo ponte. Un ponte? A Luca i ponti piacevano ma non per come erano fatti ma soprattutto per cosa c’era intorno. Luca si aspettava un’enorme foresta e un enorme fiume sotto il ponte. Una scena fantastica e Luca volle saperne di più. Scoprì che questo ponte era molto grande e lungo e fu costruito e progettato da un importante ingegnere: Riccardo Morandi. Questo enorme ponte fu chiamato ponte Morandi ed esso  passava sopra il torrente Polcevera. Esso univa l’Italia con il sud della Francia. Luca per un po’ ascoltò suo padre ma qualche volta la sua attenzione si fermava per guardare le nuvole.

Dopo un po’ l’aereo atterrò e Luca se ne accorse solo quando non vide più le nuvole ma solo l’asfalto grigio. La sua famiglia prese subito un’auto a noleggio e, dopo una sano pranzo, partirono verso Genova. Luca non vedeva l’ora e chiese a se stesso come poteva essere questo ponte: sarà forse il solito ponte grigio? Sarà per caso il solito ponte dove sotto c’è un torrente sporco e milioni di edifici? Tutte queste domande entravano e uscivano dalla sua testa quando i suoi pensieri furono frenati dalla vista di un’enorme e strana strada che si reggeva sul vuoto: era il Ponte Morandi. Luca era emozionato ma deluso allo stesso tempo. Sotto il ponte non c’era niente di interessante, solo tanti edifici gialli e grigi, un piccolo ruscello completamente verde e sporco e tante, tante macchine in un ingorgo ingestibile. Luca aveva le vertigini per come quel ponte era alto e immerso nel vuoto. Improvvisamente Luca sentì uno scoppio e anche i suoi genitori e i nonni lo sentirono. Luca vide la gente, che da quell’altezza era piccolissima, affacciarsi dai balconi, prendere il telefono e filmare il ponte.

Luca pensò che solo nei film di fantascienza poteva accadere ma quel vuoto sotto il ponte si fece più intenso e stranamente il ponte si abbassò e lentamente iniziò a dividersi in due.

Sentì i genitori e i nonni urlare e, in quel momento, Luca vide la gente che, nelle altre auto, cercava di salvarsi gettandosi dalle macchine. Luca vide l’auto volare anzi atterrare verso il basso insieme a macerie ed enormi pezzi di quel famoso ponte. Sentì i suoi parenti urlare il suo nome e recitare il più velocemente possibile un Padre Nostro.

L’auto, insieme a pezzi di ponte ed enormi camion, precipitò e si scagliò contro l’acqua del torrente. Luca in pochi secondi si ritrovò sott’acqua ma suo padre lo prese e cercò di abbracciarlo più forte che poteva. Lui però non vedeva solo suo padre ma gli ritornavano in mente frammenti di immagini della sua mamma sempre impegnata con il lavoro, il sorriso di sua nonna e la sua mano sempre pronta ad accarezzarlo e il volto simpatico del nonno.

Alzò lo sguardo e vide tantissime auto e camion pronte a cadere sulle loro teste. Luca cercò di avvisare suo padre e di liberarsi dal suo abbraccio che ora si faceva più intenso. Luca era piccolo ma per tre secondi riuscì a pensare alla propria famiglia, ai campi che aveva visto e alle nuvole soffici, grandi e bianche poi guardò per l’ultima volta suo padre.

Sentì le urla delle persone che guardavano la scena e le urla di chi stava morendo, ma Luca e suo padre lanciarono un urlo di amore e di speranza disfatta da pezzi di ponte e da auto colme di gente.

Questa qui è una storia che ho inventato io, una storia che ci fa riflettere e ci mette nei panni di quelle persone che, nella loro vita normale, non si sarebbero mai aspettati di terminare una gioiosa vacanza con l’immagine della morte. Il crollo del ponte Morandi è stata una catastrofe che ha portato alla morte di ben 43 persone il 14 agosto 2018 alle ore 11:36. Tra le vittime ci sono state persone che erano con le loro macchine sul ponte e persone che abitavano nelle case sotto questo ponte. Per me la cosa più terribile è che in pochi giorni questa strage è stata dimenticata, cancellata dalla memoria. Il giorno dopo tutti i paesi italiani, invece, hanno iniziato a preoccuparsi per la sicurezza dei propri ponti.

Ormai però tale strage è avvenuta ed è accaduto a causa di modalità di sicurezza e di manutenzione errate. Il ponte Morandi ora non è un ponte ma un altare della memoria per ricordare questa terribile strage. La storia di Luca è una storia che finisce per ben 43 persone, infatti sono 43 i morti tra cui uomini, donne e anche purtroppo bambini. Ora quel ponte è ancora lì: distrutto, abbandonato e spezzato. Spezzato come il cuore di quelle persone in una giornata per loro normale, finita con una morte crudele.

Il ponte Morandi  era diventato solo un grande ponte per ricavare soldi, ma ora quel ponte è piccolo, piccolo di memoria da cui non si può ricavare più denaro. Forse qualche persona si ricorderà di questa strage mentre altre si ricorderanno solo di come quel ponte era fruttuoso economicamente, di come era grande quel ponte.

Tristano Martinelli, classe III A Scuola Santarella, a.s. 2018/19

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Cataldo Leone

 

Eccolo qui Cataldo Leone

che per tutti i suoi alunni fu un cicerone.

Nei suoi occhi come il mare

tante cose potevi imparare.

Quando lo ascoltavi

nelle sue parole ti cullavi

e con il suo sguardo penetrante

nulla era più importante.

Con le sue grandi orecchie che ascoltavano

e i tanti discorsi che incantavano

dalla sua bocca così carnosa

di belle parole ne uscivano a iosa.

Insomma era un giovincello

che assomigliava a Pirandello.

Per lui l’abbigliamento

era solo un abbellimento

invece la poesia

era la sua mania

e la cultura

la sua natura.

Oltre ad essere un buon professore

era anche un buon autore,

di tutte le arti si occupava

e per il suo Paese si prodigava.

 

Sara Rignanese, classe I D Scuola Santarella, a.s. 2018/19

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Il sogno di un delfino

 

Un tempo il mare in cui vivevo era un paradiso infinito: le acque pure, cristalline erano come un vortice di colori dalle cangianti sfumature; il vento soffiava leggero, sembrava essere anche lui di buon umore; nell’aria si sentiva una dolce melodia e tutti erano felici; di notte il riflesso delle stelle che risplendevano più dei diamanti era una vista favolosa!

Il mare era popolato da pesci di ogni tipo, forma o colore: ognuno nuotava libero come una candida nuvola bianca vagante nella grande distesa azzurra del cielo.

Insomma tutto era così incantevole e perfetto!

Ma era troppo presto per dirlo.

 

È già da un po’ che il mare non è più come prima, è completamente diverso: si è trasformato in un inferno. Adesso tutto è cambiato, di tanta perfezione ed armonia non rimane quasi nulla…

Acque sporche e cupe come la notte, nell’aria odori putridi e malsani, in superficie sostanze galleggianti sconosciute: una visione terrificante…

Nessuno è felice, tutti siamo molto tristi e malinconici. Prima nel mare c’erano animali di diversi colori come azzurro, giallo, rosso, verde, viola: tutti rappresentavano un’emozione. Adesso, invece, siamo tutti neri, grigi, senza colori né emozioni, a parte la rabbia e la tristezza. Siamo passati dalla felicità al dolore, dal dolore alla rabbia che poi si è trasformata in tuoni, fulmini e tempesta. Il vento ora soffia forte, anche lui è arrabbiato, proprio come noi.

E questo è solo l’inizio.

 

Giorno dopo giorno noi, impotenti, vediamo accumularsi tanta spazzatura, vediamo morire tanti nostri amici. E tanti di noi rischiano di scomparire dalla faccia della terra.

Ora il mare contiene solo acqua nera e rifiuti, è diventato un bidone in cui gli umani gettano quello che passa per la testa: ad ogni tuffo mi imbatto in residui di plastica, bottiglie, reti da pesca, sacchetti…

 

Non sapete, voi umani, che qualsiasi oggetto in plastica potrebbe farci morire soffocati? Non sapete che alcuni di noi mangiano sacchetti scambiandoli per cibo? Non sapete che tutto questo accade per colpa vostra?

Vorrei sprofondare, pur di non vedere come è ridotta la mia casa, la nostra casa

Ormai è la fine, nessuno riesce a combattere contro tutti questi mostri inquinatori, sono anche più brutti degli squali. Chi pensa a noi, alla mia famiglia, ai miei amici e a tutti i poveri abitanti del mare? Io non posso fare nulla, mi sento così inutile.

Alla fine… non sono un coraggioso pesce spada

né un forte barracuda

né una grande balena

né tanto meno un potente squalo,

sono solo un povero, innocuo, indifeso… DELFINO.

Ma neanche un pesce spada, un barracuda, uno squalo potrebbero salvare la nostra casa!

 

Che stanno facendo quegli umani sulla barca? Allontaniamoci, vogliono catturarci!

Hanno tra le mani una grande rete, a maglie strettissime. Non ci posso credere…

Aspettate…

Stanno raccogliendo rifiuti dalle acque del nostro mare?!?!

La rete è colma, pesante da tirar su.

Certo, il nostro non è più un mare. È un mare di plastica.

Andiamo a vedere, avviciniamoci, non dobbiamo aver paura.

Vogliono aiutarci. Sono nostri amici!

Allora c’è una speranza. Non dobbiamo mai arrenderci, possiamo contare su qualcuno!

Il mio sogno potrà ancora avverarsi, un giorno: il sogno di una nuova vita in un posto migliore,

 

IL SOGNO DI RITROVARE IL MIO, IL NOSTRO PARADISO PERDUTO

 

Antonella Petrone, classe I C Scuola Santarella, a.s. 2018/19

Dalla motivazione della giuria per la menzione:

 

“[…] allora il delfino, ovvero l’alter ego dei nostri giovani, riscopre la fiducia in un mondo migliore, nel quale possa avverarsi, come scrive l’autore del testo, ‘il sogno di ritrovare il mio, il nostro paradiso perduto’.”

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La vita è un soffio…

 

“Attenta mamma!”

Buio. Freddo. Dolore.

Mi svegliai dal coma e sapevo esattamente dove mi trovassi e perché. Avrei tanto voluto che la mia mente avesse rimosso tutti gli eventi, avrei tanto voluto che quello stato di perdita della conoscenza e sensibilità durasse per sempre invece… Sì, avrei voluto chiudere gli occhi e non aprirli mai più. La realtà superava ogni forma di fantasia e di orrore. “Mamma, sono a casa!”

Ero stata impegnata a scuola fino al tardo pomeriggio per il corso di recitazione a cui avevo aderito solo perché la parte di Romeo era stata assegnata a Mike, il ragazzo più popolare del liceo, ed io volevo essere la sua Giulietta e non solo sul set. Mi ero impegnata tanto e alla fine avevo ottenuto la parte, sbaragliando tutte le altre aspiranti pretendenti.

Mia madre era già tornata dall’ufficio presso cui lavorava, mentre mio fratello Robert giocava in salotto con la sua squadra di disgustosi alieni. Mio fratello aveva sei anni, era in prima elementare ma dentro di lui si nascondeva un piccolo genio. Era vispo, vivace e tanto intelligente. Non ci somigliavamo molto. Lui era tale e quale alla mamma: moro, occhi nocciola, con una carnagione olivastra che contrastava con la mia così pallida. Io somiglio molto a mio padre: come lui, ho due grandi occhi azzurri e i capelli rossi. Ovviamente il mio viso è cosparso di piccole efelidi. A mia madre piaceva molto il cartone animato “Anna dai capelli rossi”, così decise di chiamarmi Hanna con l’acca. Sono una ginnasta e quel giorno avevo un’audizione per entrare nella squadra femminile di una nota associazione sportiva. La mia mamma mi accolse con uno splendido sorriso, anche se aveva l’aria stanca. Lei era davvero bella nonostante avesse abbondantemente superato quarant’anni. Si era già messa in modalità mamma, ovvero tuta e scarpe ginniche. “Hanna, prendi la sacca, chiama tuo fratello e andiamo, altrimenti faremo tardi!” disse. “Infatti mamma, arriveremo tardi!”

Ero sempre più ansiosa. In auto sistemai Robert sul sedile posteriore e mi accomodai sul sedile davanti. Cominciai a mangiucchiarmi le unghie dal nervoso, finché la mamma mi disse “Hanna, respira… comunque vada sarà un successo!”

Un attimo e… “Attenta mamma!”

 

“Respira, Hanna, respira!”. Era il mio papà, pallido come un lenzuolo a scuotermi in quel letto che sembrava inghiottirmi. Mio padre era sempre via per lavoro ma è un brav’uomo. A volte mi arrabbiavo con lui perché sembrava preferire il lavoro a noi, ma poi crescendo avevo capito quanto fosse difficile anche per lui lavorare stando così lontano.

Erano trascorsi quarantacinque giorni da quando avevo perso mia madre e mio fratello. Avevamo avuto un incidente: pare che un tizio non si fosse fermato allo stop e nell’impatto mia madre e mio fratello avevano perso la vita mentre io, dopo lungo coma, ero sopravvissuta. Sopravvissuta, ecco cosa ero. Quando tornai a casa, quella casa, che era stata così gioiosa, non poteva più essere considerata casa. La casa è dove ci sono le persone che si amano, ma lì non c’era più nessuno. Mi sentivo sola e quel silenzio era assordante. Mio padre cercava di starmi vicino e l’apprezzavo per questo, tuttavia non riuscivo a venirne fuori. Dentro di me mi chiedevo “Perché io no?”. Volevo tornare indietro, rivolevo la mia vita, la mia mamma, il mio fratellino. Non riuscivo a guardare negli occhi il mio papà, forse per il senso di colpa, forse perché non sapevo cosa dire, forse perché rimproveravo mio padre per non esserci stato sempre.

La svolta. Una notte non riuscivo a dormire, così mi diressi in cucina per bere un po’ di latte col miele, rimedio della mia mamma durante le notti insonni. Lì, chino col capo tra le mani, vidi mio padre che singhiozzava. Sul tavolo erano sparse foto della mamma, di mio fratello e alcune mie, la nostra famiglia, ormai frantumata. Fu in quel momento che capii che forse lui aveva perso anche più di me. Aveva perso l’amore della sua vita, la sua compagna e aveva perso suo figlio, una parte di se stesso. Vedere i suoi occhi fu come guardarmi allo specchio. C’erano così tante emozioni…

Quella notte riscoprii mio padre nel senso più bello del termine. Fu come se ci fossimo finalmente ritrovati. 

Indietro non si torna. Avevo giurato che non avrei più ripreso ad allenarmi. Eppure la ginnastica mi mancava; avevo trovato decine di chiamate del mio allenatore sul mio smartphone ma le avevo cestinate, rifiutandomi di richiamarlo. Quel pomeriggio invece presi una decisione.

Eccomi qui, sul podio, con un’enorme coppa in mano. È la prima coppa che vinco da quando sono entrata nella squadra femminile dell’Olimpia. Accanto a me le mie avversarie si congratulano per la mia performance, ma io stento a comprendere ciò che mi dicono, perché sono concentrata a cercare sugli spalti il mio papà, il quale si sbraccia per salutarmi, orgoglioso di me. Riesco a vedere il suo viso rigato di lacrime e anche il mio lo sento bagnato, ma non m’importa. Distolgo lo sguardo dal mio papà e guardo in su. Siamo a maggio e le gare si sono svolte all’aperto: spero con tutto il cuore che anche la mamma e mio fratello stiano gioendo per me in questo momento. Quel cielo avrà ormai due stelle in più, i miei due angeli e, proprio mentre li penso, vengo attratta da un fascio luminoso. È un attimo. Sembra quasi un sorriso. È il suo sorriso, il sorriso della mamma, così splendido, così luminoso. Vedo papà raggiungermi e prendermi fra le braccia.

E penso “La vita è un soffio, ma noi, mamma, siamo ancora una famiglia!”

Nicole Cimadomo, classe I D Scuola Santarella, a.s. 2018/19

Dalla motivazione della giuria per la menzione:

“[…] La vittoria della vita sulla morte: questo il messaggio efficace e positivo che ci comunica il testo, che coniuga la tensione di una vicenda estremamente dolorosa con l’entusiasmo di chi riscopre, in un crescendo di emozioni, la positività dell’esistenza. La storia è esposta in forma estremamente fluida, alternando sapientemente flashback e narrazione dell’esperienza vissuta.”

 

Confabulare confabulando…

La prima media è cominciata benissimo per noi!

Vi spiego: quest’anno le classi IA e IC stanno seguendo il progetto di lettura Confabulare – Libri fuori dagli scaffali.

Le nostre insegnanti ci hanno proposto già da settembre di partecipare a questo progetto, nato a Ruvo nel 2012 per iniziativa della libreria l’Agorà. A inizio novembre con i nostri genitori e le nostre docenti siamo andati a Ruvo per la presentazione ufficiale di Confabulare 2018.

Si tratta di una gara di lettura in cui le classi si sfideranno partendo dalla lettura di un libro, fra giochi, canti, condivisione con i compagni, intermezzi teatrali, insomma tutto tranne che una lettura fatta a casa, nella propria stanza, in compagnia del nostro peluche preferito e di una tazza di latte caldo!

E sì, perché, lo stavo dimenticando, non ci saremo solo noi! Alla gara partecipano anche scuole di tanti comuni limitrofi, Corato, Ruvo, Terlizzi, Trani, Altamura, quest’anno persino una scuola di Adelfia!

Già io e i miei compagni di classe non vediamo l’ora che arrivi il 9 aprile per andare a conoscere nuovi amici delle altre scuole in una gara all’ultima… riga!

E per chi vince, libri libri libri, tanti libri in regalo!

Una settimana fa abbiamo ricevuto il pacco con i nostri volumi.

Il libro che leggeremo, “Bulli & balli” di Annalisa Strada, racconta una storia divertente ma non troppo, in cui c’è un concorso di ballo ma si parla anche di bullismo.

Sarà interessante entrare in un mondo tanto fantasioso ma allo stesso tempo tanto complesso, in cui anche noi ci dovremo confrontare con un problema così grave e come quello de

l bullismo, purtroppo così presente oggi nelle scuole. Ci dovremo pensare seriamente, anche per imparare a non averne paura.

Tutti noi non vediamo l’ora di cominciare a leggere. E sono certa che molti miei compagni avranno già cominciato a sbirciare fra le pagine.

E io, mi chiederete. Che sto facendo io?

Be’, che volete che vi dica? È un segreto…

Albarosa Strippoli, classe IA, Scuola Santarella, a.s. 2018/19

IL MIO CONCORSO LEONE

http://www.lostradone.it/concorso-letterario-cataldo-leone-2018-le-foto/

Oggi 26 giugno, è trascorso un mese esatto da quando ho vinto il primo premio per la sezione prosa del concorso letterario “Cataldo Leone” con una borsa di studio dell’ammontare di cinquecento euro.

La premiazione è iniziata alle dieci di mattina ed è finita alle dodici circa. E’ stata una mattinata molto calda e intensa e, soprattutto per me, molto densa di emozioni.

Infatti, poco prima di ricevere il premio, i miei amici, che conoscevano il testo, mi dicevano che, secondo loro, lo avrei vinto sicuramente io il primo premio. Così quando la commissione estrasse la busta del primo premio e qualcuno lesse il nome della scuola “Santarella” tutti pensarono che il nome scritto su quel foglio fosse il mio… infatti fu così!

Una volta che il mio nome venne pronunciato, mi sollevai da terra e mi diressi verso l’uomo con la busta. In quel momento non stavo capendo più niente, la mia testa era in una confusione totale.

Non sono ancora riuscito a riconoscere le emozioni che ho provato e lì per lì non riuscii a rendermi conto nemmeno dell’importanza di ciò che era successo, presi un po’ tutto alla leggera e solo dopo qualche giorno mi resi conto dell’importanza di quel premio.

Devo ammettere che io stesso non avrei voluto vincere per non essere al centro dell’attenzione, una cosa che a me da’ parecchio fastidio, ma alla fine ho vinto e quelli sono stati i minuti più lunghi della mia vita fino ad ora.

Avere così tanta gente davanti mi metteva in soggezione, questo è dovuto soprattutto al mio carattere introverso.

Comunque devo ammettere che è stata un’esperienza unica e non so se si ripeterà nei prossimi anni, e se si dovesse ripetere in futuro una cosa simile a questa, sono sicuro che non mi sentirò più così imbarazzato, ma mi sentirò più sicuro.

Oggi, a distanza di un mese e con la mente lucida, mi rendo conto che devo ringraziare la mia professoressa di lettere che, dopo aver letto alla classe questo testo, che in realtà era un compito in classe, mi ha pregato di inviarlo al “Concorso Leone”.  In questi anni mi ha sempre sostenuto trasmettendomi i giusti stimoli. Porterò con me i suoi insegnamenti e consigli per affrontare al meglio i corsi di studio futuri.

Questo che segue è il testo che ha vinto il primo premio del concorso.

 

“La città”

Stavo tranquillamente seduto su una panchina a leggere un libro.

Leggevo e pensavo.

Pensare cosa o ascoltare cosa vi starete chiedendo, sicuramente pensate che mentre si legge un libro non bisogna ascoltare, o meglio se il libro ti appassiona ti fa smettere di ascoltare il mondo a te circostante.

Sulla panchina ero seduto a gambe incrociate, questa posizione mi dà un senso di relax.

Mi alzai e posai il libro nella sacca, mi misi quest’ultima sulle spalle e partii, partii a scoprire la città.

A scoprire la città non nelle sue strade, ma nei suoi suoni e odori.

Un metro separava la strada dal ciglio del marciapiede. La strada era percorsa da macchine, biciclette, persone, motorini.

Dovete sapere che io non ho una macchina, non ho una bicicletta e non ho una moto.

Percorro la città a piedi. Perché? Questo perché un autista, un “rider”, un ciclista non riesce ad ascoltare ed annusare la città. Un autista è troppo concentrato a guidare al volante, a schiacciare l’acceleratore, ad usare il cambio e schiacciare contemporaneamente la frizione. L’autista vede solo dritto davanti a sé, tiene gli occhi puntati davanti o sullo specchietto.

Pensa solo a guidare, alla velocità senza fare attenzione a ciò che lo circonda. L’unica cosa a cui bada è il colore del semaforo ed è sempre pronto ad insultare la prima macchina che va a dieci chilometri orari davanti a lui, senza sapere chi ci sia dentro se un anziano o un ragazzino appena patentato. Lo stesso vale per i motociclisti e i ciclisti.

Tutti loro non si concentrano su ciò che loro deve più preoccupare rispetto ad un’auto lenta o ad un anziano che attraversa lentamente la strada facendo scattare il rosso.

Ora mi sono dilungato troppo.

Mi fermo sul marciapiede, mi appoggio al muro, chiudo gli occhi e ascolto… lo stridere dei freni, il rumore delle gomme della macchina che sfregano contro la strada, il suono dei clacson, lo sbraitare degli autisti, lo scoppiettio della marmitta.

Tutti questi sono rumori che un autista medio non riesce a percepire ed è questo ciò che dovrebbe preoccupare. Le persone non riescono ad ascoltare il mondo in cui vivono, ormai dominato da un’inutile fretta e impazienza.

Tutto questo causa inquinamento acustico di cui non tutti si accorgono perché vivono ogni giorno nel caos quotidiano. Solo un normale pedone, che non guida alcun tipo di motore, riesce a percepire tutto ciò.

Prendo il libro dalla sacca, lo apro e lo tengo all’aria per cinque minuti circa senza leggerlo, lo rimetto nella sacca.

Mi scosto dal muro e continuo a camminare. Dopo cinquanta metri mi fermo di nuovo e mi appoggio al muro per la seconda volta. Questa volta mi porto le mani alle orecchie e le tappo, chiudo gli occhi ed inspiro col naso… odore di benzina, smog, gas di scarico.

Tutto ciò che l’autista medio non riesce ad odorare, perché rinchiuso in quella prigione fatta di varie leghe di metallo.

L’unico odore che l’autista riesce a percepire è quello dell’aria viziata della macchina e anche se apre il finestrino perché sente caldo non riuscirà mai a percepire questi odori, perché ormai ci vive dentro. Lo stesso vale per le persone che vivono nello smog.

Tiro nuovamente fuori il libro dalla sacca, lo apro e lo tengo al vento dieci minuti senza leggerlo.

Lo chiudo e lo rimetto nella sacca.

Attraverso la strada, l’attraverso lentamente, un passo al secondo, le macchine mi suonano, è scattato il verde.

Una volta attraversata la strada salgo sul marciapiede. Cammino fino ad arrivare in un vicolo, mi siedo per terra e penso.

Non vi ho ancora detto niente su di me e credo vi siate posti delle domande.

Come mai non guidi? Come mai tieni ogni volta il libro aperto senza leggerlo?

Sono un senzatetto e sono cieco, ecco perché non guido.

Vi devo raccontare una cosa.

Una notte mentre dormivo, ho sentito qualcosa cadermi addosso. Ho tastato per terra e l’ho trovato.

Era un libro.

Non saprò mai di cosa parla, ma lo tengo sempre con me e lo apro senza leggerlo per un motivo.

Si dice che i libri raccolgano ogni cosa, ogni emozione, ogni essenza e ogni volta che lo apro cerco di raccogliere i suoni e gli odori della città.

Così ogni volta che lo aprirò, mi ricorderò che la città non è così tranquilla come sembra.

Ripeto questa routine del libro ogni giorno, in modo da raccogliere ogni volta suoni e odori diversi.

Un cieco non può scrivere un libro, credo sia ovvio.

Infatti qui accanto a me c’è un altro mio compagno senzatetto a cui piace ascoltare le mie storie e ogni volta scrive ciò che dico su dei cartoni con un pennarello trovato nella spazzatura.

Siamo un po’ come Sherlock Holmes e John Watson.

Questi cartoni saranno spazzati via dal vento e spero che chi li troverà legga ciò che sta scritto su di essi.

La città è un luogo da esplorare non solo guardandola, ma anche ascoltandola e odorandola.

 

Ivan Squicciarini, classe III C, Santarella, a.s. 2017/18

Matteo Renato Imbriani al Concorso Leone

 

MATTEO RENATO IMBRIANI

Alto ti ergi, nella piazza al centro di Corato.

Lo sguardo serio, il volto severo,

I baffi perfetti e l’aspetto austero.

 

Elegante negli abiti,

indossi fiero il tuo cappello;

ma quel gesto, carico di mistero

cosa significa per davvero?

 

Il braccio destro hai piegato,

con l’indice della mano qualcosa hai indicato:

il Palazzo di città o le terre del contado?

 

Intorno a te si mescolano storia e leggenda,

discendente dei Poerio, patriota napoletano,

illustre uomo politico che a noi ha teso la mano.

 

Padre dell’acquedotto ci piace definirti,

grazie a te i terreni abbiamo irrigato

e la produzione agricola valorizzato.

 

È stato interessante e divertente ricercare notizie sulla figura di Imbriani, un uomo che si è battuto per il Sud, di cui non conoscevo la storia, e che mi ha sempre affascinato ogni qualvolta passeggiavo per il corso.

Proprio quella grande statua, il modo in cui è stata realizzata, il mistero che la circonda, mi hanno spinto a scrivere questi versi e partecipare al concorso, dove ho ricevuto una segnalazione come primo tra i non vincitori.

Sono soddisfatto del mio lavoro, del risultato ottenuto e di aver scoperto un nuovo “AMICO”.

Labianca Mariano , classe II C, Santarella, a.s. 2017/18

 

 

“ALLENA…MENTI” Progetto di Potenziamento: Le Olimpiadi della Lingua Italiana

Prende il via una nuova attività destinata a promuovere e valorizzare il merito, tra gli studenti della nostra scuola, nell’ambito delle competenze linguistiche in Italiano. Dopo mesi di “allenamento” su elementi di fonologia, morfologia, sintassi, retorica, dodici ragazzi delle classi terze si sono sfidati nella prima “gara eliminatoria” delle Olimpiadi della Lingua Italiana.

Un traguardo impegnativo che ha visto gli sfidanti gareggiare con serietà ed entusiasmo.

I cinque ragazzi che passeranno il turno avranno la possibilità di partecipare alla competizione a squadre on-line, organizzata dall’Istituto Omnicomprensivo di Riccia in collaborazione con l’Università degli Studi del Molise. Solo superato lo scoglio della gara di primo livello, si potrà accedere alla fase semifinale e, successivamente, a quella finale, le cui gare verteranno sulla conoscenza della nostra lingua in tutti i suoi molteplici aspetti, normativi ma anche stilistici.

Non possiamo che porgere un augurio speciale ai nostri ragazzi!

L’insegnante Referente del Progetto, Scuola Secondaria “Santarella”, a.s. 2017/2018

I PRESEPI

Viale Luigi Cadorna 79 – Corato http://www.phonixstore.it/

Voi lo conoscete il negozio “Phonix” che si trova a Corato???

Io si, e so grazie a un’intervista fattagli che il signor Amorese, il proprietario del negozio, ha progettato un’iniziativa molto bella: ha chiesto a tutte le scuole secondarie di primo grado di Corato di realizzare come classe un presepe originale all’interno di una semplice cassetta di legno. Tutte le scuole hanno accettato di partecipare all’iniziativa e a scuola sono “piovute” cassette.

La parte più intrigante consiste nel fatto che ogni presepe sarà esposto e votato e i tre presepi più votati avranno ciascuno una borsa di studio. Inoltre ogni presepe potrà essere comprato e i soldi ricavati andranno in beneficenza alla Casa Famiglia Della Mamma.  I presepi non hanno costi precisi ma sarà il cliente a deciderne il valore.

I presepi realizzati dalle classi sono uno più bello dell’altro e soprattutto uno più creativo e originale dell’altro. Ne ho visti molti e ce ne sono alcuni fatti con i pupazzetti e altri stravaganti realizzati con  la pasta, con i bottoni o addirittura con i calici di vetro… stupendi!

Ma ciò che si dovrebbe imitare in tutti i modi possibili è questo gesto di Solidarietà che il signor Amorese e il suo negozio ci hanno voluto “insegnare”.

Siamo andate a trovarlo per porgli qualche domanda:

NOI:- È  stata sua l’idea del progetto? Com’é nata ?

SIGNOR AMORESE :- Sì, l’idea del progetto è stata mia. Era già da qualche anno che avevo intenzione di farla ed è nata per dare innanzitutto un’opportunità alle scuole ed ai miei clienti di incontrarsi con una motivazione diversa.

NOI:- È stata subito accettata dalle scuole?

SIGNOR AMORESE:- Sì, l’idea è stata subito accettata dalle scuole.

NOI:- Quali scuole hanno partecipato?

SIGNOR AMORESE:- Tutte le scuole secondarie di primo grado di Corato.

Casa Famiglia Della Mamma, via S. Maria n. 18/21 – Corato http://www.casafamigliadellamamma.net/

NOI:- I soldi della vendita dei presepi andranno in beneficenza? Se sì, a chi andranno?

SIGNOR AMORESE:- I soldi della vendita dei presepi andranno in beneficenza alla Casa Famiglia Della Mamma che accoglie sia bambini senza genitori, sia ragazze madri ed è totalmente autogestita ed autofinanziata, non esiste pietra che sia stata acquistata,: tutto è stato donato. I ragazzi presenti hanno all’incirca la vostra età. La Casa Famiglia si occupa di tutto per i suoi ospiti dall’alloggio al cibo, dagli abiti ai giochi, dai libri al supporto nello studio dal momento che si tratta di persone che non hanno altro supporto esterno perché quasi sempre ai loro genitori è stata tolta la patria podestà. Il presidente della Casa Famiglia, Savino Maldera, è stato presente qui da noi domenica scorsa per l’inaugurazione dell’iniziativa e ci ha raccontato di come il periodo di Natale, che in genere in tutte le famiglie è un momento di gioia, per gli ospiti della Casa è uno dei periodi più tristi dell’anno perché le domande che ricorrono più frequentemente sono: “Perché a me no? Perché io non posso?” Ed è per questo che ci auguriamo che la vendita dei presepi  possa permetterci di fare una cospicua donazione a questa bella realtà presente sul nostro territorio.

NOI:-Sono già stati venduti dei presepi?

SIGNOR AMORESE:-Sì. I presepi non hanno un prezzo, ciò che si chiede è una donazione congrua che tenga conto dei materiali utilizzati, della creatività, del tempo utilizzato dalla progettazione alla realizzazione, perché si tratta di lavori molto belli, ma soprattutto una donazione che tenga conto delle attese di coloro per cui stiamo realizzando questa iniziativa. Poi il 7 gennaio scopriremo quali sono stati i presepi più votati.

Abbiamo ringraziato il Signor Amorese e, dopo aver votato il presepe più bello, siamo uscite dal negozio con nel cuore la certezza che il tempo utilizzato per realizzare il nostro presepe di classe è stato ben speso e che quest’omone gentile,con cui abbiamo appena parlato, ha avuto proprio un’ottima idea. Speriamo nella generosità dei suoi clienti e, ovviamente, tifiamo per il nostro presepe!

Maria Lucrezia Pellecchia e Roberta Tandoi

classe I C, Santarella, a.s. 2017/18

 

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