DUE EPIDEMIE A CONFRONTO

Una grave epidemia colpì l’Italia nel 1348, la peste nera o “morte nera”.
Il motivo per cui fu definita “nera” è ancora incerto, ma si pensa che il nome si riferisse ai bubboni scuri che essa provocava sul corpo oppure che volesse sottolineare l’elevatissimo numero di vittime che causava.
La peste in Europa non si era più manifestata dal IX secolo e perciò non se ne conoscevano né le cause né le cure appropriate, né tanto meno si sapeva come attuare un’efficace prevenzione.
Stravolse drasticamente le abitudini di vita delle persone proprio come sta accadendo in questo particolare momento storico con il nuovo Coronavirus.

La malattia provocata da questo virus ha il nome di “COVID-19”, sigla in cui “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” indica l’anno in cui si è manifestata ed è stata identificata.
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus conosciuti per la loro capacità di causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS). Sono virus RNA a filamento positivo, con aspetto simile a una corona, visibile al microscopio elettronico.
La tragica esperienza della peste nera fu vissuta da Giovanni Boccaccio che con i suoi occhi vide la “mortifera pestilenza” che causò tante sofferenze alla popolazione. Proprio per questo riuscì a descriverla con grande precisione nel Decameron, la sua opera più celebre, una raccolta di cento novelle raccontate da una brigata di dieci giovani agiati di Firenze, sette fanciulle e tre giovani uomini che si erano rifugiati in campagna per sfuggire alla malattia.
Tramite questa testimonianza si può fare un confronto tra le due diverse epoche e si può notare che ci sono degli aspetti in comune, sia dal punto di vista della malattia sia dal punto di vista comportamentale e di atteggiamenti del popolo.
Innanzitutto la Peste nera è un batterio, invece il Coronavirus è un virus, quindi da questo punto di vista le epidemie sono completamente diverse.
La Peste nera è stata identificata da molti studiosi come un’infezione causata da Yersinia pestis, un batterio isolato nel 1894 e che si trasmette generalmente dai ratti neri agli uomini per mezzo delle pulci.
Ai tempi di Boccaccio si pensava invece che la malattia derivasse dal movimento delle costellazioni e dei corpi celesti oppure che fosse un castigo divino, la conseguenza dell’ira di Dio per i comportamenti e le “opere” ingiuste degli uomini.
Invece il nuovo ceppo di coronavirus dovrebbe aver compiuto un salto di specie dal pipistrello all’uomo, un fenomeno non raro tra i coronavirus: nel 2003, infatti, i pipistrelli furono indicati come i serbatoi del coronavirus della SARS e, nel 2012, del virus della MERS.
Un gruppo di scienziati incaricati di studiare il nuovo ceppo di coronavirus, mai identificato prima nell’uomo, ha scelto il nome “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2” (SARS-CoV-2), mentre l’OMS ha chiamato la malattia respiratoria COVID-19.

Le prime analogie tra la Peste e il Coronavirus sono il luogo da cui hanno cominciato ad espandersi, il primo provvedimento preso e i consigli dati alle persone per evitare che le infezioni si espandessero ancora di più.

La peste del ‘300, ovvero la Peste nera, ha cominciato a diffondersi dall’Oriente, poi è arrivata in Italia e ha colpito la città di Firenze, allo stesso modo il COVID-19 è partito dalla città cinese di Wuhan e poi si è diffuso giungendo fino a noi.
La città di Firenze fu subito in qualche modo “disinfettata” e chiusa: Boccaccio specifica che fu vietato l’ingresso ai malati provenienti dall’esterno.
Anche il nostro Paese ha deciso di prendere subito il provvedimento di chiudere gli aeroporti ed impedire il libero accesso in Italia a chi proveniva dalla Cina: a tutti era controllata la temperatura con il termo scanner.
Inoltre come ai fiorentini furono dati molti suggerimenti per preservare la salute fisica, così è accaduto anche a noi.
Il capo del Governo italiano, aiutato dagli scienziati e da altri esperti, ha emanato dei decreti restrittivi, ha previsto ed attuato misure di contenimento sempre più drastiche proprio per limitare e contrastare la diffusione del contagio.
In entrambi i casi, purtroppo, le misure di sicurezza non sono servite a bloccare l’infezione ed evitare la morte di tantissime persone.
I fiorentini chiesero aiuto a Dio, innalzando preghiere e facendo processioni, come anche noi, con la guida del Papa e dei nostri sacerdoti, ci siamo rivolti al Signore e abbiamo pregato tutti insieme per le persone malate, per i medici, gli infermieri e per tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per salvare vite umane.

I sintomi della peste sono completamente diversi da quelli del coronavirus.
In Oriente si era manifestata con fuoriuscita di sangue dal naso, che portava ad una morte inevitabile, invece in Occidente comparivano dei “gavoccioli”, cioè dei rigonfiamenti sotto l’inguine e sotto le ascelle, delle bolle che crescevano alcune come una mela altre come un uovo. Tali “bubboni” si moltiplicavano e apparivano in ogni parte del corpo ed erano segni di morte sicura così come la comparsa di macchie nere o livide.
La peste nera è durata per quattro anni e i morti sono stati 200 milioni.

Per quanto riguarda il COVID-19, i sintomi più comuni sono febbre, stanchezza e tosse secca. Alcuni pazienti possono presentare indolenzimento e dolori muscolari, congestione nasale, naso che cola, mal di gola o diarrea. Questi sintomi sono generalmente lievi e iniziano gradualmente. Alcune persone si infettano ma non sviluppano alcun sintomo. Invece, nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e la morte.
Circa 1 su 5 persone con COVID-19 si ammala gravemente e presenta difficoltà respiratorie, richiedendo il ricovero in ambiente ospedaliero.
Finora il bilancio dei morti è stato altissimo e le vittime sono state soprattutto gli anziani, le persone con altre patologie come ipertensione, problemi cardiaci o diabete e i pazienti con scarse difese immunitarie o addirittura privi di esse.
Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Salute, il numero dei morti per coronavirus nel mondo è circa 336.430. In Italia, il 24 maggio 2020, alle ore 18.00 la situazione è questa:
ATTUALMENTE POSITIVI
56594
DECEDUTI
32785
GUARITI
140479
Facendo un confronto, il numero dei morti oggi è nettamente inferiore al numero dei morti per la Peste nera: secondo gli studiosi morì circa un terzo della popolazione mondiale dell’epoca.
Attualmente le condizioni igienico-sanitarie, gli strumenti a disposizione per limitare il contagio e per curare i malati sono completamente diversi da quelli dei tempi di Boccaccio. L’autore sottolinea che i consigli dei medici non portavano a migliorare la situazione, pochissimi guarivano, perciò ognuno si atteggiava a medico e proponeva le sue idee e cercava rimedi fai da te. C’era chi pensava che bastasse mangiare di più, bere ottimi vini, cantare, riunirsi, condurre una vita sfrenata per mantenersi in buona salute. C’era chi era sicuro che con dei profumi particolari ci si potesse salvare ed eliminare il cattivo odore dei morti.
Oggi per curare i malati di Coronavirus si è proceduto per tentativi, sfruttando medicinali usati per coronavirus precedenti, per la malaria e per l’AIDS. Alcuni pazienti, dopo molte settimane di ricovero in reparti di rianimazione e terapia intensiva, sono guariti.
Inoltre gli scienziati e gli studiosi da subito si sono adoperati per studiare il coronavirus e stanno lavorando senza sosta alla ricerca di vaccini efficaci e sicuri: alcune persone si sono volontariamente sottoposte ai vaccini realizzati nei laboratori, così si è avviata la sperimentazione nell’uomo.
Un’altra analogia tra la Peste e il Coronavirus è l’incredibile velocità e forza con cui le due malattie si sono diffuse, mentre le modalità di contagio sono diverse.
Ci si ammalava di peste non solo se si parlava o si stava in presenza dei malati, ma anche se si entrava in contatto con un qualsiasi oggetto della persona malata. La peste nera colpiva soprattutto i poveri che stavano sempre insieme nelle loro case e non erano aiutati da nessuno.

Il nuovo Coronavirus invece è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata. La via primaria sono le goccioline del respiro delle persone infette che si trasmettono per esempio attraverso la saliva, la tosse o gli starnuti, i contatti diretti personali oppure quando con le mani contaminate (non ancora lavate) si toccano bocca, naso o occhi. In casi rari il contagio può avvenire attraverso contaminazione fecale.
Normalmente le malattie respiratorie non si trasmettono con gli alimenti, che comunque devono essere manipolati rispettando le buone pratiche igieniche ed evitando il contatto fra alimenti crudi e cotti.
Inoltre sono in corso numerosi studi per comprendere meglio le modalità di trasmissione del virus: ultimamente il virus è stato ritrovato anche nelle lacrime delle persone malate.
Proprio per queste motivazioni e per il numero crescente e spaventoso dei contagiati e dei morti, in Italia è stato rigorosamente richiesto e in gran parte applicato il distanziamento sociale, con la regola di “restare a casa”. Il Paese è stato sottoposto a lockdown con gravi conseguenze economiche: sono state a lungo chiuse tutte le attività produttive e commerciali, tranne quelle strettamente necessarie per la vita quotidiana, sono state chiuse scuole, teatri, cinema, attività culturali e ricreative e così via.
Alcune persone si sono comportate in modo superficiale ed irresponsabile, creando assembramenti e non rispettando le regole stabilite di per tutti. Alcune famiglie di nascosto hanno lasciato le loro case in città e si sono trasferite nelle abitazioni di campagna, proprio come è accaduto ai tempi di Boccaccio, quando comitive di giovani abbandonarono la città, centro del focolaio, e si rifugiarono in campagna.
Attualmente, soltanto dal 4 maggio, proprio per la diminuzione del numero dei malati e dei positivi, è stata avviata la Fase 2 e pochi giorni fa sono state riaperte attività come quelle dei parrucchieri e degli estetisti, sono stati aperti alcuni servizi di ristorazione, naturalmente con la rigida applicazione di misure di sicurezza ben precise.
Noi abbiamo vissuto tutta questa situazione con paura, preoccupazione, ansia, dolore, attesa e anche speranza.
Anche nel 1348 si scatenarono paure, che addirittura portarono le persone vive, a “schifare”, ad evitare i malati e i loro oggetti, ad abbandonare al loro destino anche i familiari stretti, senza alcuna pietà: proprio Boccaccio mette in evidenza la crudeltà, la disumanità di molte persone, come del Cielo per aver permesso un così alto numero di vittime.
Solo alcuni servitori, pur di ottenere una grande somma di denaro, non lasciavano il loro padrone, ma alla fine assistevano alla sua morte e nel frattempo morivano anche loro, con il loro guadagno.
Al contrario oggi vengono elogiati tanti medici, infermieri e volontari che curano con coraggio e determinazione le persone malate, che non saltano un turno di lavoro, che purtroppo perdono anche la propria vita per salvare le vite altrui.
Un’altra analogia tra peste e coronavirus è la mancanza di bare per deporre i numerosissimi morti, la mancanza di posti di sepoltura e l’impossibilità di celebrare i funerali.
Ai tempi di Boccaccio i corpi dei morti, ammassati tra di loro, furono addirittura deposti nelle chiese, nelle stive delle navi e furono trattati nella stessa maniera in cui si sarebbero trattate la capre o forse anche peggio.
In questo periodo di quarantena anche per l’Italia è stato impossibile dare ai morti un ultimo saluto ed una dignitosa sepoltura: le chiese sono state chiuse e la celebrazione dei funerali è stata sospesa.
Boccaccio conclude la sua Introduzione alla prima giornata del Decameron con ironia sulla morte che giungeva senza segni di preavviso: i primi medici Galieno, Ipocrate o Esclulapio, vedendo giovani, belle donne ed uomini valorosi pranzare tranquillamente con i loro parenti, li avrebbero giudicati sanissimi ed invece la sera seguente gli stessi si ritrovavano nell’altro mondo a cenare con i loro familiari già morti.
Il confronto tra peste nera e coronavirus ci fa riflettere e ci porta alla conclusione che, fino ad ora, è stata molto più drammatica la situazione vissuta nel XIV secolo.
Inoltre nel corso dei millenni, con gli spostamenti e le migrazioni dei popoli da un continente all’altro, nel mondo ci sono state molte epidemie e pandemie che hanno cambiato il corso della storia ed hanno causato tantissime vittime tra le popolazioni. Sono più o meno famose, hanno avuto diversa durata nel tempo e diverso numero di decessi.
Si sono succedute nel tempo fino ad oggi queste epidemie:
• la peste Antonina dal 165 al 180 d.C.;
• la peste di Giustiniano dal 541 al 542;
• la peste nera dal 1347 al 1351;
• il vaiolo dal 1520 ad oggi;
• la peste del 1630 (raccontata da Manzoni nel romanzo “I Promessi sposi”) durata fino al 1632;
• il colera dal 1817 al 1823;
• l’influenza spagnola dal 1918 al 1919;
• l’influenza di Hong Kong dal 1968 al 1970;
• il SARS dal 2002 al 2003;
• l’influenza suina del 2009 al 2010;
• l’ebola dal 2014 al 2016;
• la MERS dal 2015 al 2020;
• il COVID-19 dal 2019 ad oggi.
Per me l’aspetto più strano è il rapporto tra la durata dell’epidemia o della pandemia ed il numero di decessi: per esempio il colera è durato 106 anni e ha causato 1 milione di morti, mentre l’influenza spagnola, durata solo due anni, ha causato 45 milioni di morti.
Quindi le epidemie sono davvero bizzarre e imprevedibili!

Antonella Petrone, classe II C, Santarella, a.s. 2019/20

Due epidemie a confronto: l’una raccontata in un testo letterario, l’altra vissuta oggi sulla propria pelle ed attraverso i media.

L’epidemia è la rapida diffusione di una malattia contagiosa che comporta, in una determinata zona, un numero di casi di malati in eccesso rispetto ai valori medi attesi. Quando l’epidemia si diffonde ad altri Paesi o continenti e colpisce un numero consistente di persone si parla di pandemia.

Varie possono essere le cause, quali un cambiamento nella popolazione di riferimento come per esempio un aumento dello stress con conseguente abbassamento delle difese immunitarie o l’arrivo di un nuovo parassita.

La storia riporta vari episodi di epidemie verificatesi nel tempo e le cui origini spesso sono legate alla convivenza degli esseri umani con animali da allevamento, all’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo e in alcuni casi le cause sono ancora sconosciute.

A titolo di esempio ricordo la peste antonina (dal 165 al 180), la peste di Giustiniano (dal 541 al 542), la peste nera (dal 1347 al 1351), il vaiolo ( dal 1520 ai tempi odierni), ecc.       

Quest’oggi si sta vivendo un  periodo  complicato in quanto è in corso una vera e propria pandemia: il COVID-19 ( CO sta per CORONA, VI sta per VIRUS, D per disease, 19 indica l’anno in cui si è manifestata).

Questa potrebbe rappresentare un rischio per la scomparsa del genere umano e quindi, anche se non si può pensare di eliminare le epidemie, si deve almeno imparare a conviverci e a gestirle.

In questo può venirci in supporto la storia perchè la memoria è un elemento fondamentale: la storia ci aiuta a comprendere ciò che è stato, che è accaduto, ci fa conoscere le scelte fatte e quindi da fare in tutti i campi (sanitari, economici, ecc.), ci fa orientare nelle direzioni giuste rappresentando una bussola per il futuro.

Per questo motivo confronto il COVID-19 con la peste nera del 1348 a Firenze, come descritta da Giovanni Boccaccio nell’Introduzione del Decamerone.

A quel tempo si ipotizzarono varie cause sull’origine della peste attribuita alla combinazione e al volere dei corpi celesti e delle costellazioni (il destino) oppure vista come  una punizione di Dio agli uomini per le azioni ingiuste compiute.

Al giorno d’oggi queste ipotesi sono impensabili in quanto il mondo contemporaneo va alla ricerca di verità oggettive e razionali, di cause riscontrabili nella realtà in cui viviamo. Ed infatti varie sono state le ipotesi sull’origine della pandemia in corso e quindi del virus che l’ha scatenata: da un complotto politico economico con la creazione in laboratorio di un virus che piegasse l’impero asiatico, all’alimentazione asiatica basata anche su pipistrelli e sepenti, ecc..

A questa causa oggettiva non nascondo di aver sentito chi associasse un possibile segnale di Dio all’umanità che, ormai, rincorre sempre più valori economici, estetici, di piacere personale a scapito della tutela dell’unità familiare, del rispetto degli altri, dell’ambiente, delle tradizioni e dei valori cristiani e morali. Non nascondo che in questo periodo in cui molte cose si sono fermate ed altre sono cambiate, si sono valorizzati e apprezzati aspetti che davamo per scontato: le riunioni familiari, gli incontri con gli amici ed altro.

Comunque, proprio per la diversa convinzione dell’origine dell’epidemia, Boccaccio racconta di umili preghiere e processioni che a differenza nostra fecero.

Con riferimento al focolaio di origine e alla successiva estensione territoriale dell’epidemia, come la peste nera “nelle parti orientali incominciata, inverso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata” anche  il COVID-19 ha avuto origine in Oriente per poi arrivare anche in Occidente. E inoltre la storia ci racconta che molte delle epidemie hanno avuto origine asiatica, per quanto alcune poi non si sono estese sino in Europa, come per esempio l’influenza di Hong Kong del 1968, la SARS del 2002 e  l’influenza suina del 2009.

L’estensione territoriale è dovuta alla caratteristica comune delle epidemie e cioè alla rapida diffusione del contagio  “non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate”. Così come durante la peste nera il contagio avveniva non solo avvicinandosi agli infermi ma anche toccando cose o indumenti degli stessi, così elevato è il contagio per quanto riguarda il COVID-19 se non vengono rispettate le idonee misure prescritte dalle competenti autorità.

Diffusione che ai nostri tempi è ancor più elevata per gli attuali più rapidi mezzi di trasporto quali ad esempio l’aereo.

In merito al periodo di manifestazione in Italia, Boccaccio riferisce “infra il marzo ed il prossimo luglio vegnente” e anche in Italia la massima manifestazione è incominciata a marzo e in quel periodo sono stati adottati vari provvedimenti restrittivi. La peste nera a Firenze si sprigionò tra marzo e luglio dello stesso anno, con oltre centomila decessi… Fin ora non si sa quando finirà il Corona Virus, ma si è consapevoli dei centocinquantamila morti e, fiduciosa nella fonte storica, spero che con il mese di luglio possa terminare questa pandemia.

A differenza del COVID -19 che si è manifestato ovunque come un’influenza polmonare con problemi respiratori, la peste nera si esternò in maniera differente tra Oriente, ove agli ammalati usciva il sangue dal naso, e Occidente ove nascevano dei grossi rigonfiamenti sull’inguine o sotto le ascelle che poi apparivano anche sulle altre parti del corpo trasformandosi in macchie nere o livide.

È con riferimento ai rimedi adottati per affrontare l’epidemia e alle cure garantite che si riscontra la maggiore differenza tra la peste nera ed il Covid -19.

Nel 1348  “tutti quasi ad un fine tiravano assai crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e cosí faccendo, si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare (…) per la qual cosa a coloro, de’ quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase che o la caritá degli amici, e di questi fûr pochi, o l’avarizia de’ serventi li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti servieno“.

Oggi, con particolare riferimento all’Italia,  l’articolo 32 della Costituzione tutela il diritto alla salute: <<La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.>> Questo però non è uguale in tutte le nazioni come per esempio in America.

Così mentre nel 1348 quando ci si accorgeva che qualcuno era infetto non c’era nessun rimedio per salvarlo, infatti nè consigli di medici, nè virtù di medicina servivano… così pochi ne guarivano e la maggior parte nell’arco di tre giorni dal contagio moriva. Attualmente non è così grazie alle autorità politiche e scientifiche che adottano vari provvedimenti a tutela della salute e grazie ai nostri eroi, i medici e gli infermieri, che lottano sempre per salvare molte vite umane non abbandonandole neanche in fin di vita.

E ciò non avvenne durante la peste nera “per ciò che, non solamente senza aver molte donne da torno morivan le genti, ma assai n’eran di quegli che di questa vita senza testimonio trapassavano: e pochissimi erano coloro a’ quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute“.

Anche ora molte persone per ragioni sanitarie  non hanno potuto avere a fianco i propri cari  prima di morire ma, quantomeno, hanno potuto salutarli attraverso dispositivi informatici, per quanto la tecnologia non possa sostituire il calore e l’affetto umano.

In merito alla sepoltura, durante la peste nera lì dove non c’era la possibilità di una bara per il corpo defunto, quest’ultimo veniva poggiato su una tavola e portato via e non bastando la terra sacra alle sepolture, si fecero grandi fosse comuni. Questo in Italia non è accaduto ed anche nei casi di decessi molto numerosi i corpi dei defunti sono stati  trasportati dai camion militari e cremati, diversamente, ad esempio dell’America, ove hanno creato fosse comuni.

Tra i vari rimedi adottati, Firenze fu dichiarata “zona rossa” e si vietò l’ingresso degli infermi all’interno della città, così come in Italia si sono vietati determinati spostamenti.

Dal raffronto delle varie epidemie succedutesi nel tempo emerge che il numero dei decessi rispetto al passato più lontano si è ridotto, numero da considerarsi in rapporto al più ampio territorio di possibile contagio derivante dalla più ampia mobilità grazie ai moderni mezzi di trasporto. Ed inoltre oggi noi conosciamo un dato verosimilmente veritiero grazie ai moderni mezzi di comunicazione e di diffusione delle notizie.

Verosimilmente veritiero perchè per molti dei decessi avvenuti nell’anno in corso non sono state appurate le cause con un tampone e quindi il numero dei decessi da Covid – 19 dichiarato è inferiore al numero effettivo. E ciò emerge altresì dai dati forniti dall’INPS che ha visto ridursi notevolmente rispetto al passato il numero degli aventi diritto alle prestazioin pensionistiche.

Comunque i numeri restano numeri, perchè ogni decesso ha un suo valore essendo inestimabile il valore di una vita umana, indipendentemente dall’età e dal contesto di riferimento. E ciò deve farci riflettere perchè la vera ricchezza sta nel comprendere che noi tutti siamo anelli di una stessa catena è che la felicità individuale dipende dal benessere di tutti.

Arbore Angela Maria, classe II C, Santarella, a.s. 2019/20

ESSERE MIGRANTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

L’emergenza sanitaria attuale con l’improvvisa irruzione del Covid-19 sulla scena mondiale ha attirato l’attenzione dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica su questa terribile realtà che è certamente la più drammatica, dopo quella della Seconda Guerra Mondiale. Tutti sono spaventati, si pongono domande, cercano risposte.

In questa situazione di crisi mondiale, la questione migranti sembra essere passata in second’ordine ed è in parte trascurata anche dai media, quando invece bisogna riflettere e rendersi conto del fatto che proprio l’epidemia da coronavirus colpisce in misura maggiore i più deboli, i migranti e i rifugiati e ha conseguenze disastrose sulle loro condizioni di vita.

Situazioni drammatiche come quella dei rifugiati siriani presenti in Turchia o approdati nell’isola di Lesbo, che sognano l’Europa e sono alla ricerca di un futuro migliore, non dovrebbero verificarsi.

Sono persone che conoscono benissimo la parola “sofferenza”, come la parola “fame”, hanno sperimentato sulla loro pelle anni e anni di guerra, anni di bombardamenti, anni di povertà e di paura. Respingerli con la violenza è completamente inutile oltre disumano.

Il DIRITTO DI ASILO e il  DIRITTO alla SALUTE dei migranti dovrebbero essere assicurati dall’Unione Europea, l’accoglienza dovrebbe essere garantita.

Purtroppo in questo momento l’Europa non ha una progettualità chiara e uniforme nei confronti della questione migranti, indipendentemente dai luoghi di arrivo. Neanche il Covid-19 è riuscito a modificare la situazione, dato che il Parlamento europeo non ha dato ai singoli governi linee comuni di comportamento e quindi, ancora una volta, invece di essere uniti ci si ritrova in polemica l’uno con l’altro.

È quanto mai necessario affrontare seriamente questa problematica e trovare una soluzione comune.

Oltretutto, quando l’emergenza sanitaria terminerà, la questione migranti tornerà alla ribalta ed ancora si fronteggeranno due posizioni opposte: i migranti costituiscono un problema o una risorsa?

A mio parere, i migranti rappresentano una “ricchezza”, nonostante molte persone continuino a negarlo, rifugiandosi nelle loro convinzioni e nelle loro paure per il “diverso” o per il cambiamento che potrebbe verificarsi nelle loro vite.

I migranti sono un’enorme risorsa perché costituiscono una grande fonte di manodopera più o meno specializzata (a volte sono anche laureati!) che spesso, purtroppo, viene utilizzata solo per lavorare in nero nei campi o come manovalanza dalla mafia, creando così una via preferenziale per diventare criminali. Questo accade perché il più delle volte non hanno documenti e sono presenti in modo illegale e clandestino sul suolo italiano.

Lo Stato potrebbe renderli parte integrante della popolazione offrendo loro modalità graduali per acquisire i diritti di cittadinanza ma, prima di puntare il dito contro lo Stato e iniziare a lamentarci, dovremmo tutti riuscire ad accettarli senza pensare ai pregiudizi, ma andando oltre le apparenze.

In Italia, successivamente alla crisi avvenuta dopo il cambio di moneta e soprattutto dopo la crisi economica del 2008, si è verificato un calo delle nascite nelle famiglie, dato che in quel periodo i genitori, prima di mettere su famiglia, hanno aspettato aspettano tanto tempo; anche oggi i figli unici ormai sono diventati la normalità e le famiglie numerose stanno diminuendo. In particolare questo calo demografico è molto evidente nelle scuole e tutti quelli che lavorano in questo contesto rischiano di perdere il lavoro, ma i migranti potrebbero colmare questo vuoto e riequilibrare la differenza numerica tra giovani e anziani.

C’è anche chi dice che i migranti sono soltanto un altro problema da affrontare per l’Italia, che portano malattie, che occupano i nostri posti di lavoro oppure che in Italia oramai ce ne sono troppi.

Se il fenomeno migratorio fosse gestito correttamente aprendo canali regolari, legali e sicuri, i migranti sarebbero soltanto un punto a favore per l’Italia.

I migranti non portano malattie perché quando sbarcano vengono controllati, curati e vaccinati e mai quanto in questo periodo sono proprio gli italiani a portare malattie. E del resto se loro occupano i posti di lavoro al posto dei giovani italiani è soltanto perché se lo meritano di più e si sono impegnati maggiormente rispetto agli altri.

Bisognerebbe aiutarli perché, quando noi italiani siamo scappati dalla nostra patria, all’inizio del Novecento, rifugiandoci in America, non si può dire che siamo stati trattati in modo amorevole e noi facciamo tanto le vittime pensando a questa situazione: poveri italiani per colpa della povertà sono emigrati!

E invece queste persone, che sono esseri umani, donne, bambini, anziani che ora scappano dalla loro terra per fame, guerra, sfruttamento minorile, li giudichiamo e li condanniamo perché ci sentiamo invasi e riteniamo sia meglio “aiutarli a casa loro”.

E dimentichiamo che scappano da situazioni terribili e atroci (di cui noi occidentali spesso siamo e/o siamo stati colpevoli!) e affrontano viaggi così impressionanti che potrebbero sembrare scene tratte da un film, con la differenza che questo non è un film dato che non c’è nessun supereroe a salvarli e a dare un lieto fine. I loro supereroi potremmo essere noi, potremmo essere noi a portare il lieto fine nelle loro vite accettandoli senza aver paura di un altro essere umano uguale a noi, solo per i nostri stupidi pregiudizi.

Perché lasciare delle persone su una barca in mare, perché non farli approdare sulla ‘’nostra’’ terra? E qualcuno ci spieghi: chi ha fissato i confini della terra, chi ha definito il nostro e il loro? Erigere un muro per bloccare ai migranti il passaggio non è un comportamento da umani ma da mostri, perché emigrare è un fattore umano.

In conclusione se si riuscissero a superare tutti i pregiudizi e a considerare tutti gli uomini cittadini del mondo, si ricaverebbero soltanto vantaggi sia per noi che per loro e si attiverebbe un processo positivo capace di migliorarci economicamente e culturalmente.

E del resto, anche volendo, le migrazioni non si possono fermare, sono un diritto dell’uomo di tutti i tempi, il diritto a nuove opportunità di vita, il diritto alla felicità, e in fondo anche noi continuiamo ad essere migranti nel mondo.

Maria Lucrezia Pellecchia, classe III C, scuola “Santarella”, a. s. 2019/2020

MIGRANTI: SEMPLICEMENTE UOMINI

La parte più vera di noi è una casa e ognuno deve avere il diritto di abitarla ovunque, con le fondamenta al contrario, appese ad una stella, la stella guida nella navigazione della nostra vita.

Se questo è vero, ognuno può varcar frontiera e confine e DEVE essere accolto, deve poter stabilire le proprie radici, le fondamenta della propria “casa”.

Questo è un diritto, e allora perché viene negato?

Oggi la parola “migranti” è all’ordine del giorno e se ne parla come se fosse argomento di poco conto, così si finisce per ridurlo a frasi come “Portano solo problemi”, “L’Italia non può più accogliere nessuno!”

Ci si accontenta di stereotipi ripetuti più e più volte, rimarcati, modificati, che cancellano la curiosità di verificarne la fondatezza.

Ed ecco, giungiamo quindi ai quesiti principali: “I migranti sono davvero un problema? Accoglierli è un’azione corretta o dannosa?”

I dati della finanza del 2016 ci informano del fatto che i migranti permettono allo stato italiano di guadagnare oltre otto milioni di euro e costano allo Stato solo lo 0,2%  del PIL ( tre miliardi di euro circa); inoltre svolgono lavori che gli italiani rifiutano (come badanti, contadini) versando oltre otto miliardi di euro all’INPS e i loro stipendi sono nettamente inferiori a quelli degli italiani.

Oggi viviamo in una società consumista, in cui tutto è legato all’arricchimento, all’acquisto a livello economico e purtroppo per dare importanza ad una causa e persino ad una persona bisogna ricondurla ad un numero; ma gli immigrati, in questo caso, non sono solo squallide cifre, ma  “arricchimento” culturale, dal punto di vista storico…

A volte possiamo ritrovare noi stessi nel contatto forte e reale con le vite e le storie degli altri, storie spesso tormentate da eventi tragici ed indimenticabili.

Nelle loro storie, protagonista, molto spesso, è il mare, che dapprima spirava una brezza calma, ma poi si è rivelato una spirale di sofferenze, paure e morte.

Una spirale che cattura tra grida, lampi, pioggia decine e decine di uomini, donne e bambini.

Ma è quel mare, questo mare l’unica speranza viva, sincera, immutabile che risiede nell’anima di ognuno di loro.

Il “viaggio” per mare non è di certo l’unica sofferenza che i migranti devono subire in silenzio, perché una volta giunti nel nostro Paese , ad aggredirli ci sono stereotipi di ogni tipo, leggi contro il loro soggiorno, ma soprattutto TERRORE nei loro confronti, che in molti casi si tramuta in razzismo e odio.

Ci si rifiuta di accoglierli ed integrarli  con la scusa che sono troppi, ma in realtà c’è solamente un migrante per 720 italiani.

Esistono molti stereotipi assurdi che diventano la prigione quotidiana di ognuno di noi, una prigione di incertezze da cui è difficile liberarsi se non con l’informazione e con l’apertura nei riguardi di altre culture.

Ritornando adesso alla parola da cui è partito tutto “Migranti”, posso sicuramente affermare che si tratta di un termine che gli italiani conoscono molto bene e la storia ne è testimone.

Noi siamo stati i primi ad abbandonare genitori, mogli o mariti, figli, a lasciare tutto nella speranza di un futuro migliore nel “paradiso americano” o verso altre mete.

La storia non si cancella, anzi rimane impressa in ogni uomo, su ogni terreno, in qualsiasi fenomeno.

E proprio perché conosciamo la storia, la nostra storia dovremmo fare in modo che le piaghe che hanno afflitto noi in passato, non si riversino nel presente.

A causa nostra molti migranti perdono ogni speranza, ma adesso è il momento di dar loro il coraggio di avere un destino e farsene carico, cogliere il perché valga la pena vivere.

Dobbiamo imparare ad essere il balsamo per le loro ferite.

Dobbiamo eliminare tutti i titoli di cui ci rivestiamo e ritornare ad essere semplicemente UOMINI, proprio come i migranti.

Maria Elena Varesano, classe III C, scuola “Santarella”, a. s. 2019/2020

Cellulari: risorsa o nemico?

Uno degli argomenti più discussi al giorno d’oggi è l’utilizzo degli apparecchi elettronici come smartphone, tablet e computer, soprattutto da parte dei ragazzi. 

Le opinioni sono contrastanti, poiché, in alcuni casi, si sono riscontrate ripercussioni preoccupanti legate al loro utilizzo.

Ogni giorno sentiamo parlare di episodi di cyberbullismo avvenuti tramite i social network, episodi che spesso portano a conseguenze molto gravi: i ragazzi che subiscono azioni di bullismo attraverso la rete ne sono così tanto influenzati e condizionati che spesso non ce la fanno a sopportare e arrivano persino al suicidio. 

Tuttavia di questo non si possono incolpare i cellulari, invece si devono incolpare i cosiddetti “leoni da tastiera” che, nascondendosi dietro un anonimo, si divertono a prendere di mira ed insultare gli altri. 

Inoltre spesso i genitori considerano i cellulari “responsabili” del cattivo rendimento scolastico dei propri figli, ma il motivo per cui i figli non conseguono buoni risultati non è il telefono, bensì la loro mancanza di volontà ed applicazione nello studio.

Un problema ancora più grave attribuito all’utilizzo dei telefoni è l’adescamento online di minori. 

Tuttavia,  anche in questo caso, non si può incolpare il cellulare poiché comunque ogni genitore, prima di consegnare un cellulare nelle mani del proprio figlio, deve valutare se quest’ultimo è abbastanza maturo per possederne ed utilizzarne uno. Ma se un genitore pensa che il proprio figlio non sia abbastanza maturo per possedere un cellulare, può ricorrere comunque a molte applicazioni per monitorare i movimenti on-line  del minore.

Secondo me il cellulare, utilizzato con buon senso e con le dovute precauzioni, può essere una grande risorsa per tutte le persone.

Ad esempio gli apparecchi elettronici in generale possono aiutare ragazzi nell’apprendimento, nelle ricerche scolastiche oppure nello svolgimento dei compiti in generale. Possono tenerci aggiornati grazie ai siti di news on line.

Infatti, risorse molto utili soprattutto in questo periodo di reclusione forzata a causa del coronavirus sono le piattaforme on-line per condividere compiti e spiegazioni, come Edmodo, oppure le applicazioni per fare videolezioni, come Zoom, strumenti utilizzati anche dalla nostra classe. 

Il cellulare ci ha aiutato ad eliminare, almeno in parte, la distanza. Grazie ai mezzi di comunicazione e ai social Network, come WhatsApp, Facebook, Instagram e tante altre applicazioni, possiamo tenerci sempre in contatto con i nostri amici e familiari.

Inoltre gli apparecchi tecnologici ci aiutano anche a coltivare le nostre passioni, visto che, su applicazioni come YouTube, possiamo sia pubblicare che visionare video che riguardano argomenti che ci interessano e ci appassionano. 

Dunque, a mio parere, i cellulari e in generale gli apparecchi elettronici, se utilizzati con attenzione e con le dovute precauzioni, possono costituire una grande risorsa per la società in generale, rendendo il nostro tenore di vita migliore.

Giorgia Grosso, classe III C, scuola “Santarella”, a. s. 2019/2020

Dispositivi tecnologici: vantaggi e svantaggi

In quest’ultimo periodo, soprattutto per la Didattica a Distanza, la maggior parte degli adolescenti sta utilizzando sempre più, per comunicare, strumenti tecnologici quali smartphone, tablet e piattaforme digitali come Edmodo e Cloudschooling.

Tutto questo grazie alla rete Internet, oggi indispensabile come mai.

L’utilizzo di questi mezzi permette una serie di operazioni che qualche anno fa sarebbero state impensabili ed ha portato a vere e proprie trasformazioni del nostro modo di vivere.

La tecnologia ed Internet hanno reso molti aspetti della vita quotidiana più semplici ed immediati: si pensi a quando si deve ricercare un’informazione o a quando si deve comunicare con persone che vivono dall’altra parte del mondo.

Nell’ambito scolastico le piattaforme digitali come Edmodo e Cloudschooling sono strumenti che, pur rispettando gli obiettivi di apprendimento classici, rendono il percorso scolastico più stimolante, coinvolgente e, in questo momento di gravissima crisi, quanto mai utili.

Comprendere il mondo digitale aiuterà noi ragazzi di oggi ad utilizzare al meglio la tecnologia nella vita di domani.

Tuttavia esistono alcuni svantaggi che noi ragazzi dobbiamo sicuramente affrontare, primo fra tutti la distrazione dovuta agli innumerevoli stimoli che ne derivano soprattutto se non rispettiamo delle regole nell’utilizzo di tali dispositivi.

A tal proposito, gli adulti sono preoccupati dal fatto che l’abuso dei mezzi tecnologici possa creare dipendenza.

L’uso prolungato di smartphone e tablet può avere ripercussioni anche sulla salute fisica di ciascuno di noi. In primis alla vista o alla colonna vertebrale se si sta seduti davanti ad un PC in modo scorretto e per troppo tempo.

Imparare a gestire la tecnologia è un altro problema da affrontare: quando noi ragazzi effettuiamo una ricerca sul web, dobbiamo fare attenzione ai pericoli che si nascondono; occorre essere in grado di valutare le fonti, escludendo quelle meno appropriate e inaffidabili.

Anche l’interazione sociale potrebbe risentire dell’utilizzo della tecnologia demotivando noi ragazzi alla comunicazione verbale tra coetanei, portandoci all’isolamento e a sostituire la vita reale con una vita virtuale.

Io credo però che il problema non siano questi strumenti tecnologici, ma l’utilizzo che di essi se ne fa.

Luigi Rainone, classe III C, scuola “Santarella”, a. s. 2019/2020

I ragazzi e le tecnologie

La nostra generazione è venuta a contatto precocemente con il nuovo “mondo” delle tecnologie, nei confronti delle quali i ragazzi assumono comportamenti diversi e possono ottenere risultati sia positivi sia negativi.

Al di là del modo in cui le utilizziamo di certo le tecnologie hanno migliorato e semplificato la nostra vita. Hanno stimolato sicuramente la curiosità di ognuno dal momento che, su ogni semplice concetto, in Internet si può effettuare qualsiasi tipo di ricerca, mentre prima per trovare una risposta bisognava, forse, passare delle ore sulle enciclopedie o in Biblioteca Comunale.

Ma bisogna anche ammettere che trovare tutto e subito ha un po’ “rammollito” la forza di volontà delle nuove generazioni.

La prima cosa che facciamo quando ci viene comprato un telefono di solito è installare WhatsApp, applicazione che permette di contattare i nostri amici sia tramite messaggi sia tramite chiamate e videochiamate.

Anche l’utilizzo di WhatsApp può avere conseguenze sia positive che negative: sicuramente ha intensificato i rapporti umani e nello stesso tempo li ha trasformati.

Prima le relazioni erano fondate sulla fiducia e non era possibile in alcuna maniera “controllare” l’altro, dato che non si poteva parlare con una persona ogni volta che si voleva e di certo i legami trovavano il loro fondamento nella forza di volontà. Oggi si può comunicare con tutti in ogni momento, ma è e sarà sempre più bello parlare con una persona faccia a faccia.

Poi ci sono altri social media, un ottimo modo per diffondere idee, creatività, pubblicizzare articoli, cantanti e mettere a confronto varie persone che magari nemmeno si conoscono. Hai la possibilità di incontrare chi la pensa come te, anche se magari si trova dall’altra parte del pianeta, e in quel momento devi capire cosa è giusto fare, perché purtroppo non è stato inventato (mi dispiace rovinare i sogni di qualcuno ma è praticamente impossibile che possa essere creato!) un “aggeggino” che ti dica se la persona con cui stai parlando tramite uno schermo è la persona che tu credi che sia oppure una che vuole prenderti in giro.

Infine ci sono le piattaforme per la scuola che, ora come ora, vengono considerate da alcuni come oro colato, quando personalmente mi confondono le idee, dato che non c’è il professore a ricordarti giornalmente, ora per ora, ciò che devi fare e a spiegare esattamente sia i compiti assegnati che le lezioni nuove.  E soprattutto manca ciò che rende sempre piacevole il tutto: la comunicazione.

La comunicazione dal vivo è fondamentale perché ti permette di capire a pieno gli argomenti.

Bisogna considerare anche un altro aspetto importante: c’è chi usa le tecnologie in maniera utile e diligente e c’è chi le usa in modo irresponsabile e ne diventa purtroppo dipendente; oltre ai problemi psicologici si possono generare problemi alla vista e alla colonna vertebrale.

Ci sono genitori che si accorgono di queste dipendenze e aiutano i propri figli; c’è chi invece non ci fa caso, crede che tutto sia normale e mette tra le mani del proprio figlio un cellulare già in tenera età.

Le tecnologie hanno migliorato la vita, questo sicuramente, ma come tutte le cose bisogna imparare a non usarle troppo, a non diventarne schiavi. Bisogna utilizzarle in maniera utile e a volte, perché no, divertente, ma sempre considerando che fuori dallo schermo c’è la vita reale che ci aspetta.

Maria Lucrezia Pellecchia, classe III C, scuola “Santarella”, a. s. 2019/2020

BENTORNATA, SILVIA!

Gioia. Stupore. Rabbia. Minacce. Insulti.

L’Italia accoglie Silvia proprio come una madre, aprendo le braccia e stringendo a sè questa ragazza di cui da due anni si erano perse le tracce.

Ciò nonostante, il Paese non le dà il benvenuto all’unisono: se c’è chi l’accoglie, c’è anche una grande fetta della popolazione che le rema contro, accusando la ragazza di aver sperperato i risparmi degli italiani.

Purtroppo, la sua liberazione è avvenuta grazie al pagamento di una cospicua somma di denaro. “Questa è mafia” sostiene qualcuno.

Ma se alla propria figlia fosse stato sottoposto lo stesso tempo di prigionia, non avrebbe fatto lo stesso?

Non solo, la ragazza è giunta vestita di tutto punto da musulmana e ha dichiarato di essersi convertita: Silvia non c’è più, Aisha l’ha sostituita.

In diverse occasioni, la venticinquenne ha precisato che si è trattata di una decisione autonoma, maturata nel corso del tempo.

Il dibattito che ha visto protagonisti molti italiani riguarda proprio la conversione della ragazza: ci si è infatti interrogati se il repentino cambiamento di fede religiosa rendesse la liberazione inutile, priva di senso.

Eppure, non dovremmo essere aperti a tutte le religioni? Cosa importa se si prega Allah, Geova, Dio, Buddah? E’ importante pregare un Dio buono, che non tolleri la guerra, la supremazia o la sottomissione.

Sebbene alcuni cittadini si siano confrontati, avvalendosi dei social, in maniera civile, i leoni da tastiera non hanno risparmiato le proprie opinioni offensive e non costruttive, anche in una situazione delicata come questa. Commenti colmi d’ira, odio e rancore, hanno caratterizzato alcuni post, motivo per il quale la famiglia della cooperante ha deciso di chiudere il suo profilo Facebook.

Tempo. Occorrerà solo tempo. Sono tante le vicende sulle quali ci si interroga, le dinamiche di alcune situazioni, i ruoli… Il tempo aiuterà a dissolvere ogni dubbio: è stata la stessa ragazza a chiedere ai suoi connazionali del tempo per riflettere, rimuginare su quanto accaduto.

Nelle prime dichiarazioni rilasciate dalla volontaria, il desiderio di voler trascorrere del tempo con la sua famiglia costituisce il primo obiettivo da portare a termine; è stata quest’ultima a sostenerla e a non perdere mai la speranza.

Il caloroso abbraccio della sorella e della madre, l’inchino del padre… tante sono le emozioni alle quali è stata sottoposta la giovane ragazza negli istanti che hanno seguito il suo arrivo nel Paese.

Il sorriso, il suo sorriso, risplende in tutte le foto, i video che sono stati divulgati dai media: trattasi di un sorriso carico di un turbine di emozioni, maturate in diciotto mesi.

Allora… bentornata Silvia: sorridi, perchè le cicatrici sono il segno che è stata dura. Ma il sorriso, il tuo, è il segno che ce l’hai fatta. (CIT. MARIA TERESA DI CALCUTTA).

Nicole Cimadomo, classe II D, “Santarella”, a. s. 2019/20

Cosa ci insegna Giovanni Falcone?

Tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta di Giovanni Falcone, uno tra i nostri magistrati più importanti.

Falcone insieme al suo amico, nonché magistrato, Paolo Borsellino e grazie alla sua determinazione e al suo senso del dovere, era riuscito a far arrestare centinaia di mafiosi che fino ad allora si erano ritenuti intoccabili.

Falcone è un simbolo del cambiamento e della lotta contro la mafia ed è considerato un eroe nazionale.

In realtà era un uomo come tanti, con dei sentimenti, dei difetti e dei pregi.  Quello che lo distingueva dagli altri era la sua determinazione nel portare a termine il suo obiettivo: combattere la mafia per migliorare la situazione del suo Paese.

Falcone sfatò il mito della mafia imprendibile e impunibile, divenne il simbolo del cambiamento. Tutta Palermo affidò a lui le proprie speranze e i propri timori e il magistrato se ne fece carico orgogliosamente.

Falcone ci ha insegnato che non bisogna nascondere le cose negative, ma che dobbiamo parlarne, per sconfiggerle, per vivere meglio…

Giovanni Falcone, come anche Paolo Borsellino, ci hanno dimostrato che la legalità non è un concetto astratto, ma è uno stile di vita e noi cittadini dobbiamo di ciò farci carico ed esserne responsabili.

Questo grande uomo ci ha fatto capire che la mafia non è un argomento di cui si devono occupare solo le forze dell’ordine, ma che tutti, nel nostro piccolo, possiamo contribuire alla sua sconfitta.

Falcone, con il suo esempio, ci sprona a credere nei nostri valori e ad operare per la loro concretizzazione. Perché i valori non sono solo idee, ma fatti.

23 maggio 1992: una data che tutti conoscono, a Palermo, in Italia e nel mondo. Quel giorno il giudice Falcone venne assassinato. Gli attentatori alle ore 17:57 fecero esplodere un tratto dell’Autostrada A 29. L’auto del magistrato, che percorreva l’autostrada in quel momento, saltò in aria. Restarono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, i tre agenti di Polizia della scorta, che percorrevano l’autostrada con tre auto blindate.

Quest’anno abbiamo celebrato il ventottesimo anniversario della sua morte. La strage di Capaci ha avuto una vastissima eco non solo in Italia ma in tutto il mondo. Il giudice Falcone e il giudice Paolo Borsellino, morto meno di due mesi dopo in circostanze analoghe, sono per noi il simbolo della lotta per la legalità e la giustizia.

Giovanni Falcone non aveva mai avuto figli, per sua esplicita volontà. “Non voglio mettere al mondo orfani”, diceva. Eppure noi, anche se siamo solo dei ragazzini di scuola media, ci sentiamo figli suoi, sentiamo forte il richiamo alla responsabilità e all’onestà delle nostre azioni.

Albarosa Strippoli, classe II A, Giuseppe Grosso, Classe II C, Maria Barile, classe III A , “Santarella”, a.s. 2019/2020

GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO

“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” (G. Falcone)

E’ bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.” (P. Borsellino)

Queste frasi sono state pronunciate da due grandi uomini che l’Italia non potrà mai dimenticare.

I due si erano conosciuti da piccoli, su un campo di calcetto.

Di Borsellino si racconta che amava studiare ma anche aiutare chi non ce la faceva; di Falcone si racconta che, da bambino, amava le storie in cui il bene prevaleva sul male e, infatti, la sua storia preferita era “I tre moschettieri”.

Entrambi studiarono per diventare magistrati.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, infatti,  sono stati due magistrati che hanno fatto parte del “pool antimafia” di Palermo.

Insieme hanno deciso di combattere la mafia ma non con l’uso delle armi ma con gli strumenti della giustizia, con le loro idee e con il loro coraggio.

Non si sentivano degli eroi, infatti, anche loro avevano paura ma non si sono mai arresi.

Lavorando giorno e notte, con la collaborazione di qualche pentito,  (uno dei più importanti fu Tommaso Buscetta) riuscirono a capire la struttura e il linguaggio della mafia.

Durante gli anni ’80, grazie alla collaborazione del pool, riuscirono a catturare centinaia di mafiosi e a farli condannare in quello che è stato definito il “maxi processo” che si concluse il 30 Gennaio 1992 con delle condanne esemplari perché molti di quegli uomini furono condannati all’ergastolo.

La mafia per questo li condannò a morte e preparò la sua vendetta.

Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone, la sua compagna e la sua scorta saltarono in aria, sull’autostrada, a causa di un ordigno fatto esplodere con un telecomando a distanza.

Quell’attentato spaventoso, da quel momento, fu ricordato come la strage di Capaci.

Due mesi dopo, il 19 luglio, il bersaglio fu Paolo Borsellino e la sua scorta, che morirono sotto casa della madre di Paolo Borsellino.

Quell’attentato, da quel momento, fu ricordato come la strage di Via D’Amelio.

Dopo 28 anni è ancora importante ricordare i due magistrati perché, secondo me, sono il simbolo della giustizia italiana.

E’ importante che i giovani conoscano la loro storia e la loro battaglia, affinchè il loro sacrificio non sia inutile.

Ricordarli infatti significa farli continuare a vivere, facendo capire ai mafiosi che le loro idee non sono morte con loro.

Come diceva Falcone, infatti, la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà una fine; ma quella fine dipende da tutti noi, che dobbiamo continuare a credere nella giustizia, nella legalità e nel coraggio.

Il 23 Maggio spero che tutti stenderanno al proprio balcone un lenzuolo bianco che è stato scelto come simbolo per dimostrare che Falcone e Borsellino vivono ancora.

Io lo farò.

Luigi Balducci, classe II C, “Santarella”, a.s. 2019/20