Salve signora felicità!

Era destinato ad essere cattivo. Sapeva di doverlo diventare, ma lui era buono. Anch’io lo sapevo. Mettetevi comodi signori miei, questa è una lunga storia.

Eravamo in una piccola città dell’America, la famosa America, quella ricca e piena di risorse.

Suo padre ingannava la gente, proponendo ottime offerte ad alcune aziende e mandandole poi in rovina; e sua madre “collaborava”.

La migliore scuola della città, una casa enorme sembrava un paradiso.

Finché un giorno tutto il suo mondo cadde a pezzi.

Lui non era felice. Ma perché lui non era felice? Perché si sforzava di sorridere? Era triste. La sua vita era triste. Non aveva un senso. Perché non aveva un senso? La sua vita era una menzogna diceva… una menzogna.

Il vero motivo che l’ha spinto a fare quello che ha fatto era lui, lui nel suo corpo che non si sentiva se stesso. Era caduto così tante volte giù che ormai non riusciva più a risalire a galla. Così decise di scappare. Scappare via, finirla qui.

Andò su un dirupo e il vuoto. Un passo e giù giù giù, senza sosta. Sorrideva, sorrideva perché dalla sua prima risata, quando aveva costruito il suo primo puzzle, quella era la seconda volta in cui si sentì libero. Gli piaceva viaggiare, anche un breve viaggio. Quello sarebbe stato il più bello della sua vita. Poi venne il buio. Chiuse gli occhi e si ritrovò di nuovo sul dirupo, in piedi. Aveva deciso di restare giù, di non rialzarsi più, e invece c’era qualcosa, qualcuno, che gli aveva dato una seconda possibilità.

Era ancora lì in piedi sul dirupo, pronto a buttarsi come la prima volta. Gli era stata data un’altra possibilità. E lui, voleva sprecarla? Che sciocco l’uomo a volte. Eppure era proprio questo il motivo per cui si era buttato, per scappare a quell’indifferenza davanti alla bellezza della vita. E ora ne stava sprecando una, una di quelle più belle.

Lì sul dirupo, Leo si sentiva inutile per se stesso, ma anche per gli altri. La verità è che l’uomo è nato per creare un gruppo, una comunità, per aiutare il prossimo, giorno per giorno migliorare il futuro, l’uomo è nato per assaporare ciò che la natura gli ha donato.

Si sedette, piano e dolcemente. Accarezzò la terra, la terra che lo aveva salvato e urlò.

Urlò forte, fortissimo, a squarciagola. Mentre urlava, vide un uomo e si fermò. Che vergogna! Ma l’uomo gli si avvicinò e gli chiese chi fosse. Leo fece altrettanto e lui gli rispose dicendo di essere alla ricerca della vera identità della felicità.

E Leo si aggiunse alle ricerche ed insieme scapparono. Andarono vicino ad un lago dove si fermarono per la notte. Al mattino, l’amico se ne era andato, chissà per quale motivo. Leo si specchiò nel lago e vide la sua figura che sorrideva, il suo riflesso era felice, anche se lui era convinto di non sorridere.

Rivide nel suo riflesso le rare volte in cui era stato veramente felice: la prima volta in cui riuscì a finire un puzzle da solo, la prima cotta e quando si era buttato. Ma com’è possibile che un lago ti mostri la tua felicità? Felicità. Cosa potrebbe essere questa felicità che è sulla bocca di tutti? Si mise lo zaino sulle spalle e incominciò a cercare.

“Felicità à condizione di letizia, gioia…”, eh? Ci sono certe cose che sul dizionario non si possono trovare…

Ma come si vede la felicità? Si saluta dicendo: “Salve signora felicità?”

Leo era combattuto. O no, non combattuto, forse proprio turbato e assillato da questo pensiero. Per distogliersi da questa idea fissa, fece una passeggiata, camminava, camminava. Passeggiò quasi tutto il giorno alla ricerca di qualcosa di concreto, qualcosa di vero, qualcosa che gli potesse dare anche solo la minima soddisfazione di aver trovato uno spunto alla felicità.

Si sedette sul gradino, ormai stanco del lungo percorso. Vide una povera famiglia che si teneva per mano. Una povera famigli

a infreddolita che cercava di coprirsi con un solo giubbotto bucato. Il padre non era coperto, il cappotto era troppo piccolo. Il bambino pronunciò una battuta e tutti si misero a ridere.

Eccola lì, “Salve signora felicità!”

Alessandra Quinto, classe III C Scuola Santarella, a.s. 2018/19

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L’importanza della vita

Quante volte sentiamo parlare di omicidi?! La situazione sta seriamente degenerando. Tra femminicidi, atti di bullismo, suicidi, abusi e violenze, non si dà più importanza alla vita.
Recentemente abbiamo sentito parlare di una guardia metropolitana della stazione di Piscinola aggredita da tre minorenni napoletani con lo scopo di rubare una pistola per poi rivenderla.
L’uomo 51enne, dopo due settimane di agonia, causate dai violenti colpi ricevuti dai tre ragazzi con una spranga di ferro, è deceduto il 17 marzo 2018. I carabinieri hanno subito individuato i tre aggressori, i quali sono stati arrestati.
Ma la vera domanda è: quanto vale la vita? Vale per caso quanto una pistola?
La vita non ha un costo: è uno dei doni più preziosi che un essere umano possa avere. Noi umani fuori di testa, forse non ci rendiamo conto di ciò poiché, con le nostre azioni spesso fatte per puro divertimento o per gelosia, roviniamo sia la vita del nostro prossimo, sia la nostra, con la condanna a trascorrere tutta l’esistenza tra quattro mura. Spesso queste azioni ci vengono d’impulso, senza pensare alle possibili conseguenze che esse potranno comportare.
Un altro caso è quello di Mariam, una ragazza 18enne di origini egiziane, nata in Italia che, per motivi di famiglia e per avere un futuro assicurato, tempo fa si è trasferita in Inghilterra. Per problemi di integrazione e di razzismo nei suoi confronti, Mariam era spesso soggetta a continue prese in giro da parte delle sue coetanee. Tutti la ricordano come una ragazza solare, piena di vita, una ragazza che di certo non meritava di morire così brutalmente. 16473899_770182833129944_7247321397198250324_n-kPpH-U4345011075105458xH-593x443@Corriere-Web-RomaBisogna però anche dire che numerosi sono stati i suoi tentativi “di fuga” da quella scuola, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita, perché sapeva di non essere accettata dalle sue compagne che dopo si sono verificate le colpevoli della sua morte. Agli inquirenti è anche giunta voce che Mariam, nell’agosto dello scorso anno, era già stata aggredita con sua sorella Mallak da una gang di ragazzine di colore. Secondo alcune ipotesi e testimonianze, pare che Mariam sia stata scambiata con una sua sosia su Instagram che, si dice, prendesse in giro il gruppo delle ragazzine che aveva infortunato Mariam.frasi-vita-6-300x277-1
Attualmente, dopo la morte della ragazza e le numerose testimonianze, gli inquirenti hanno subito preso i giusti provvedimenti per le aggreditrici. Noi però possiamo solo immaginare il dolore e lo sconforto della famiglia della vittima che chiede solo la verità su una ragazza che desiderava semplicemente inseguire i propri sogni.

Giulia Cialdella II E, Marica Ilarini Cimadomo II E, Federica Riccarda Lamarca II F, Scuola Secondaria “Santarella”, a.s. 2017/2018

Cara Terza C…

Cara Terza C,

ormai sono arrivati gli ultimi giorni in questa piccola grande scuola che abbiamo frequentato per ben tre anni. E tre anni non sono mica pochi, soprattutto perché abbiamo affrontato un particolare periodo della nostra vita!

Siamo cambiati, sia fisicamente sia psicologicamente, da quel primo giorno di scuola di prima media: da quel giorno è iniziata la nostra avventura. Mi ricordo come eravamo emozionati, quando abbiamo varcato per la prima volta quel grande portone e abbiamo attraversato la palestra interna fino alla quella esterna. Lì la preside ha chiamato uno ad uno i nostri nomi, e per quanto mi riguarda, io ero contenta, emozionata, felice, ma anche curiosa e non vedevo l’ora di cominciare questa nuova avventura. E da quel giorno sono passati tre anni, che sono volati, ma che hanno anche visto litigi, risate, emozioni, che sono potute nascere solo grazie a noi.

Prima media. L’anno del “Chi sei?”, o “Mi ricordi il tuo nome?” Non ci conoscevamo ancora, e tra noi c’era quella tensione c

 

he caratterizza i primi giorni di scuola. L’anno in cui eravamo ancora un po’ meno “agitati”. L’anno delle prime conoscenze

dei professori, che ci hanno cresciuto e conosciuto a fondo. Perché è anche grazie a loro che oggi siamo quello che siamo e quello che diventeremo, loro che ci hanno guidato lungo un percorso difficile, ma che ci hanno spianato la strada, aiutandoci nei momenti del bisogno e nelle difficoltà. L’anno in cui eravamo ancora bambini.

Seconda media. Anno in cui non ci riconoscevamo neanche noi. Perché già in seconda media abbiamo iniziato a trasformarci. Eravamo più uniti, e una cosa che mi ricordo perfettamente è quel briciolo di pazzia che ha caratterizzato quell’anno. Probabilmente non sapevamo se crescere o restare piccoli, ed è stato questo un vero periodo di crescita. Di certo non è sempre andato tutto liscio, ma sono state proprio queste esperienze che ci hanno fatto crescere e maturare, in cui dovevamo cavarcela da soli. E sono stati proprio questi momenti che hanno rafforzato i nostri rapporti, rendendoli più stabili e resistenti.

Ed infine la terza media. L’ultimo anno, pieno di tensione e un po’ di paura per gli esami. Ma di certo è l’anno che ricorderò maggiormente, perché è stato l’anno in cui sono nate le prime vere amicizie, l’anno in cui abbiamo fatto la nostra prima vera scelta che cambierà la nostra vita.

Ora posso affermare che questi anni mi hanno fatto crescere, maturare, perchè mi hanno fatto capire quanto sia importante il lavoro di squadra. Perché è vero che l’unione fa la forza, perché ci sono quei momenti in cui bisogna saper superare gli ostacoli che sembrano insuperabili, perché è arrivato il momento di affacciarsi al proprio futuro. E sono state le esperienze vissute insieme, le persone che ho incontrato, che mi hanno trasmesso forza, coraggio e che mi hanno fatta crescere.

Grazie per tutte le avventure, le risate, le giornate che potevano sembrare pesanti ma che sono passate con spensieratezza, grazie per avermi fatto vivere questi tre anni importanti che hanno rappresentato una tappa fondamentale della mia vita.

Grazie Terza C, e buona fortuna!

Maria Giulia

 

Maria Giulia Quinto, classe III C Scuola Santarella, a.s. 2018/19

Le parole del cuore che non vi ho detto mai

Cari genitori,

in occasione del Natale,

ecco le parole del cuore che non vi ho detto mai.

Voi per me siete come degli angeli custodi,

dei protettori,

nessun genitore è come voi.

Non saprei cosa fare senza di voi,

sarei dispersa nel buio della notte.

La nostra famiglia è come un pavone che apre le ali tutte colorate,

è come un libro che si apre,

è come un goal,

anche de abbiamo qualche ostacolo in famiglia.

Siete come un cielo azzurro,

l’erba verde,

i bambini quando giocano,

i fiori quando sbocciano,

le foglie verdi.

Siete come delle ali che permettono di volare in alto.

So che mi volete bene anche se moltissime volte vi faccio arrabbiare.

Quando ridete è come un arcobaleno, invece quando vi arrabbiate siete come delle nuvole nere.

Scusatemi per qualche bugia.

Abbiamo passato tanti momenti belli insieme e lo faremo ancora.

Grazie per le cose che mi avete insegnato, per il tempo e la pazienza che avete avuto.

Per la disponibilità, per la gentilezza.

Questo è l’undicesimo Natale che passeremo insieme ed io sono contentissima anche se con te mamma il Capodanno non lo so se lo passeremo insieme perché papà prenderà i biglietti per il concerto di Jax e Fedez, ma tu non ti preoccupare.

BUON  NATALE

Elisabetta

Lotito Elisabetta, classe I C, a.s. 2016/17

Halloween oscura le feste cristiane

La festa di “Halloween” si è diffusa negli ultimi anni in maniera impressionante. Si tratta di una festa pagana in cui durante la notte tra il 31 ottobre ed il 1° novembre si svolgevano delle cerimonie perché si credeva che in questa notte, i morti dell’anno precedente sarebbero tornati sulla terra. Durante questa cerimonia veniva acceso un fuoco che sarebbe stato portato nelle famiglie, affinché potessero accendere “il Nuovo Fuoco”, dando in cambio un’offerta da dare al loro Dio. Questo fuoco veniva fatto bruciare all’interno di lanterne costruite da rape o cipolle, che oggi sono diventate zucche. Chi si rifiutava di fare l’offerta veniva maledetto con il detto “Offerta o Maledizione?!” che oggi si è trasformato in “Dolcetto o Scherzetto?!”. Anche il travestimento da streghe è legato alla tradizione di questa festa per allontanare gli spiriti. “Halloween” rappresenta quindi il “capodanno degli stregoni” e in questa occasione vengono celebrate messe nere e atti di satanismo.

Esiste, quindi, una contrapposizione tra questa festa e quella religiosa di Ognissanti o la Commemorazione dei defunti. La chiesa, infatti, sostiene che festeggiare “Halloween” significhi rendere omaggio al diavolo. Il primo novembre si celebra infatti la festa cristiana di tutti i Santi, che è una festa religiosa. Questa è la festa di tutti i Santi della cristianità, infatti nel nostro calendario ogni giorno è dedicato ad un Santo, mentre il primo novembre si commemora il ricordo delle loro vite, si ricorda quanto siano stati importanti i loro sacrifici e i loro gesti. Da alcuni studi possiamo notare che il primo novembre ha una continuità con la festa pagana e che la chiesa ha voluto rendere meno pagana l’usanza di festeggiare il ritorno dei defunti, perciò si è deciso di festeggiare tutti i Santi il primo novembre, mentre il giorno successivo si celebra la festa di tutti i defunti, per rendere omaggio a tutte le persone che non ci sono più. In questo giorno è abitudine andare al cimitero e portare in dono dei fiori ai propri cari. Il colore liturgico di questo periodo è il viola, colore della penitenza, dell’attesa e del dolore, utilizzato anche nei funerali come il nero. Possiamo affermare che festeggiare la notte di “Halloween” è una tradizione che è entrata a nel nostro Paese soprattutto a fini commerciali e che entusiasma non solo i bambini che hanno imparato e si divertono a cantare il ritornello “Dolcetto o scherzetto?!”, ma è anche una festa degli adulti che partecipano a feste, sagre di paese, divertendosi ad adornarsi con cappelli da streghe, scope, zucche e gatti neri. Questa festa pur essendo vietata dalla Chiesa deve la sua diffusione al giro commerciale sviluppatosi grazie proprio alla vendita di vestiti, trucchi, addobbi zucche, e alla corsa dei ragazzi per festeggiarla nei vari locali. Alla luce di tutto questo, credo che noi italiani stiamo importando dai paesi esteri molte loro feste a tradizioni che nel nostro Paese non renderanno mai l’idea di quello che realmente sono proprio per differenze ideologiche e culturali, questo avviene per “Halloween” ma anche per l’ “October Fest”, ecc. Io personalmente non ho mai festeggiato questa ricorrenza. Non mi sono mai travestita perché non fa parte della cultura della mia famiglia. Penso che, come sostiene la Chiesa, in questa notte piuttosto che una zucca illuminata, dovremmo accendere un cero benedetto.

Classe I C, Santarella, a.s. 2015/16

Halloween

La parola “Halloween” ha origini anglosassoni; si fa risalire alla tradizione della chiesa cattolica e deriva da una contrazione della frase “All Halloween Eve” ovvero la notte di Ognissanti festeggiata il 31 Ottobre, data che nel quinto secolo avanti Cristo, nell’Irlanda celtica coincideva con la fine dell’estate: in questa ricorrenza chiamata Samhain – i colori tipici erano l’arancio per ricordare la mietitura e quindi la fine dell’estate ed il nero a simboleggiare il buio dell’inverno. Narra la legenda che gli spiriti erranti di chi è morto durante l’anno, tornino indietro la notte del 31 Ottobre in cerca di un corpo da possedere per l’anno successivo. Ovviamente i vivi non volevano essere posseduti! Perciò i contadini rendevano le loro case fredde spegnendo i fuochi nei camini e rendendo i loro corpi orribili mascherandoli da mostri. La festa di “Halloween” venne portata negli U.S.A. intorno al 1840 dagli immigrati irlandesi. Questa festa che ormai in Italia è abbastanza sentita e festeggiata, io la reputo solo un’occasione per stare con gli amici (quando mi capita) non condividendone il significato. Al contrario, la festa di Ognissanti per noi cristiani e in particolar modo per la mia famiglia, è molto importante perché mia nonna mi ha sempre detto che i Santi sono i “giganti dell’amore”; infatti il Cristo raggiunge gli uomini attraverso di loro che si rendono strumenti docili e presentano al mondo i valori cristiani vivendoli radicalmente. Detto ciò “Halloween” non ha niente a che vedere con la nostra festa di “Ognissanti”, dove noi abbiamo la tradizione di trascorrere quel giorno con i nostri parenti condividendo il pranzo e festeggiando i Santi di cui portiamo il nome. Il 2 Novembre è un giorno particolare per noi in quanto lo si trascorre facendo visita ai defunti, portando dei fiori o solo recitando delle preghiere. Sicuramente la festa che preferisco è quella di tutti i Santi per il momento gioioso di condivisione con i miei parenti.

Giulia Maldera, classe I C, Santarella, a.s. 2015/16