La casa di Archimede

Alla scoperta della Masseria Colicello

Come nascono i frutti di cui siamo tanto golosi cosa c’entrano con i fiori che ci rallegrano tanto e che spesso regaliamo alle nostre persone più care? Ci sono legami fra questi e gli insetti da cui invece ci teniamo ben alla larga?

Per scoprirlo a novembre 2018 noi ragazzi delle classi classi prime ci siamo recati con le docenti di matematica e scienze alla “Masseria Colicello”. Questa visita aveva anche lo scopo di analizzare e studiare gli agrumi con le relative piante, fiori e modi di conservazione sotto la guida di due agronome.

La prima informazione che l’agronoma ci ha fornito è stata la definizione scientifica di un agrumo; infatti un agrumo è un esperidio, ossia un frutto suddiviso in spicchi (tutti gli agrumi sono esperidi: arancia, mandarino, limone, pompelmo, lime, bergamotto).

Successivamente ci ha spiegato le parti del fiore e la loro fecondazione, che porta alla formazione del frutto.

Le api, che volando portano il polline di cui si sono precedentemente “sporcate” su un fiore, lo fanno cadere sul pistillo (organo femminile) di un altro fiore. Qui dal granulo di polline si sviluppa il tubulo pollinico attraverso il quale il nucleo del polline raggiunge la cellula femminile

presente nelle ovaie e la feconda. Dopo la fecondazione dagli ovuli fecondati si formano i semi. A volte, però, si verifica un’interruzione della fecondazione; in questo caso il seme non si forma e quindi nascono i frutti partenopeici (apireni per l’uva) cioè i frutti senza seme.

La terza spiegazione è stata sui vantaggi di sfalciare il terreno anziché ararlo. Sfalciando il terreno si crea una riserva d’acqua che permette alle piante di nutrirsi autonomamente nelle stagioni aride; inoltre si creano molte comunità di animali che rendono il terreno più fertile e lo smuovono.

La quarta informazione era relativa ai kit che l’agronoma utilizza per analizzare i terreni.

I kit sono utilizzati per misurare il pH (acidità) del suolo e la concentrazione di alcuni elementi chimici presenti in esso, test che ci danno solo un’idea della fertilità del suolo analizzato, ad esempio per poter dedurre se cresceranno frutti grandi e se cresceranno frutti sani. I risultati del kit non sono molto precisi in quanto sono analisi di tipo colorimetrico, ma servono per farsi un’idea globale del terreno.

La giornata si è conclusa con la preparazione della marmellata (crema dolce di AGRUMI, la confettura è la crema dolce di qualsiasi altro frutto). Ecco i passaggi che abbiamo svolto:

  1. Lavare attentamente i frutti
  2. Sbucciare i frutti
  3. Tagliare i frutti in piccoli pezzi
  4. Metterli in una pentola e aggiungere lo zucchero
  5. Far cuocere fin quando non raggiunge la consistenza desiderata
  6. Sterilizzare i barattoli.

È stata una giornata che ci ha fornito molte informazioni interessanti e utili.

Consiglio questa esperienza a chiunque voglia imparare di più sulla propria terra.

 

Albarosa Strippoli, classe I A Scuola Santarella, a.s. 2018/19

Alla scoperta della chimica

A gennaio con la mia classe sono stato nel laboratorio di scienze per una lezione di chimica. Per affacciarci al mondo della chimica siamo stati guidati alla scoperta del pH, cioè del grado di acidità o di basicità delle sostanze. La scaph 4la del pH va da 7 (pH neutro) a 0 (pH acido) e da 7 a 14 (pH basico). Abbiamo quindi effettuato un semplice esperimento di rilevazione del grado di acidità o basicità di alcune sostanze tramite l’uso di una cartina di tornasole. Abbiamo infatti versato in una provetta del sodio, in un’altra dell’acido cloridrico, in un’altra dell’acqua e in un’altra ancora un indicatore naturale verde. Immergendo la cartina di tornasole nelle provette, abbiamo notato che la cartina reagiva colorandosi. Infatti l’idrossido di sodio ha dato una colorazione blu (pH 11) con l’indicatore naturale verde, mentre l’acido cloridrico ha colorato la cartina di viola (pH 1) con indicatore naturale rosa intenso. L’acqua e l’indicatore naturale verde invece non hanno provocato alcuna variazione del colore (pH 7). Quindi l’idrossido di sodio risph3ulta una sostanza basica, l’acido cloridrico risulta una sostanza acida e l’acqua e l’indicatore naturale verde risultano sostanze neutre. Sono rimasto affascinato da questo esperimento che mi ha fatto scoprire la chimica e i suoi legami con la vita quotidiana. Noi infatti ogni giorno scegliamo, ad esempio, il sapone, sulla base del suo pH. Spero di approfondire lo studio di questa affascinante disciplina.

Luigi Nocella, classe 2^A “Santarella”, a.s. 2015/16

LO SQUALO BALENA

squalo_balena-1024x682Tre anni fa con la mia famiglia sono andato a visitare l’acquario di Cattolica.
L’acquario ospitava tanti pesci tropicali ed esotici: tartarughe, razze, serpenti marini e squali.
Tra tutti gli animali osservati quello di cui voglio parlare è lo squalo balena.
Lo squalo balena è sicuramente lo squalo più grande del mondo. Nonostante le sue dimensioni gigantesche, che fanno paura , è però quasi innocuo per l’uomo, perché si nutre esclusivamente di plancton, filtrando il cibo con le branchie.
La bocca si trova alla fine del muso, una posizione insolita per uno squalo. Anche se le mascelle misurano oltre un metro, sono armate di denti molto piccoli.
Una caratteristica che mi ha colpito ascoltando la guida turistica è che gli squali balena possono alimentarsi anche in posizione verticale usando la bocca come un gigantesco secchio per raccogliere il cibo.
In genere nuotano lentamente in superficie provocando paura e allarme quando vengono avvistati.
Questi grandi animali conducono una vita solitaria, ma nelle zone di mare ricche di plancton si riuniscono in gruppi numerosi.
Anche se gli studiosi studiano i comportamenti degli squalo balena, non conoscono molto sul loro comportamento riproduttivo e sui loro spostamenti nei mari tropicali.
Gigi De Tellis, classe IV A “Cifarelli” – a.s 2015/2016

 

NOI E LE LEVE

Noi ragazzi di 3^C, come previsto dal programma di scienze di terza, abbiamo affrontato le famose leve.
La nostra professoressa di scienze Cristina D’Imperio è riuscita ad entusiasmarci con questo nuovo argomento e alcuni di noi, interessati e curiosi, hanno deciso di approfondire mediante un powerpoint.
Molti si sono cimentati e sono emersi diversi lavori, tra cui quello di Sara Ventura che è sembrato il più completo.
Eccolo qui, per voi appassionati al mondo della scienza.

Power Point: Le leve

Sylvia Irene De Palma-Gaia Martinelli –  3^C (2015-16)

 

TANTE STORIE

PRESENTAZIONE
Come compito per le vacanze estive dello scorso anno scolastico la Professoressa di Scienze ha chiesto a noi ragazzi della 2^ C di scrivere delle storie vere o inventate che parlassero dei diritti degli animali. Questo compito ci è stato assegnato perché tra gli argomenti trattati in classe durante la prima media abbiamo studiato il regno animale e abbiamo anche parlato della “Dichiarazione Universale dei diritti degli animali”. Gli animali hanno i loro diritti, che vanno rispettati e tutelati. Difatti, anche se gli uomini usano gli animali per lavoro, per cibarsene, per divertimento nello spettacolo o nello sport, questo non li autorizza a utilizzare verso di loro ogni specie di maltrattamento, a farli soffrire ingiustamente e in modo esagerato, a privarli della loro libertà e del loro ambiente naturale. Ognuno di noi ha quindi scritto un testo in cui si raccontano storie di diritti non rispettati, cioè di animali abbandonati, usati per la sperimentazione farmacologica, sfruttati e ingiustamente uccisi, come tante ne accadono e se ne sentono ogni giorno.
Questi sono alcuni dei nostri racconti: alcuni frutto di fantasia, altri letti su internet, altri ancora frutto di vita vissuta.
Matteo Cusanno – classe 2^ C – a.s. 2015/16

OSCAR E CLOE
“Ok Giovanni, ecco il cane. Io l’ho chiamato Oscar, è un labrador, ti piace?” – disse Mario porgendo all’amico Giovanni la gabbietta con ilcucciolo dentro – “Sono sicuro che ti prenderai cura di lui. Bè,evidentemente si sbagliava. Oscar era un cucciolo di una grande cucciolata ed era identico a sua madre Cassandra. Aveva vissuto i suoi primi mesi con il padrone di sua madre: Mario. Lui voleva molto bene a Oscar e ai suoi fratelli ma dopo un po’, si era messo in testa di regalarli tutti ai suoi amici. E così, una settimana dopo l’ultimo incontro con il suo vecchio padrone, Oscar capì che Giovanni non gli voleva molto bene: non si prendeva cura di lui, lo lasciava sempre legato alla catena, gli lanciava i suoi avanzi come cibo e lo lasciava dormire senza una cuccia. Un paio di volte aveva piovuto e il suo padrone non l’aveva ospitato all’interno della sua villa come faceva Mario ma l’aveva lasciato fuori al freddo e, quando Oscar aveva provato ad entrare in casa, Giovanni e Paola, sua moglie, l’avevano picchiato con la scopa e gli avevano lanciato tutto ciò che trovavano. Dopo qualche giorno tornò il figlio di Giovanni e Paola, Luca, un quattordicenne molto viziato che era stato due settimane in vacanza con i suoi amici. “Ciao, tu sei Oscar, il mio nuovo cane, vero? Non sei il primo.Tutti i miei cani sono sfortunatamente morti, e presto, lo sarai anche tu.” – disse Luca ad Oscar. Oscar era molto impaurito ma almeno Luca gli aveva parlato e questo, pensò, era un grande passo avanti rispetto a suo padre.
Ma Luca era molto peggio di suo padre ed ogni giorno riservava ad Oscar una pena diversa: un giorno giocava con i suoi amici a tirargli le pietre, un altro lo picchiava con la scopa e lo maltrattava… Un anno dopo Oscar stava seriamente pensando di scappare. Sarebbe uscito da un cancelletto sempre aperto che dava su un terreno, poi avrebbe corso fino a trovare qualcosa o qualcuno e poi…non lo sapeva neanche lui ma avrebbe dovuto provare lo stesso. Il giorno progettato per scappare arrivò nella villa vicina la polizia,per arrestare un sospettato di furto. Con loro c’era anche un cane-poliziotto che vide Oscar e gli si avvicinò.
“Ciao, io sono Cloe” – disse il cane poliziotto.
“Io sono Oscar” – le disse lui.
Piano piano si raccontarono le loro storie: Cloe era un pastore tedesco di razza pura ed il padrone di sua madre l’aveva messa all’asta. L’aveva comprata la polizia e l’avevano affidata al commissario, che le voleva molto bene. Quando Oscar raccontò i progetti che aveva per il futuro, Cloe non li approvò:- “Se i tuoi padroni ti maltrattano rischiano da tre mesi ad un anno di carcere e tu hai diritto ad un nuovo padrone. Dobbiamo solo trovare il modo di denunciarli.”
“Mi sento così triste…Non vale la pena restare qui, ho deciso: scapperò!…”
“Ti prometto che ti aiuterò.” – disse Cloe.
Il loro piano era questo: quando la polizia stava per andarsene, Oscar sarebbe entrato nella villa e allora tutta la famiglia l’avrebbe maltrattato. Cloe, al guinzaglio avrebbe condotto il commissario davanti al cancello e lui avrebbe visto che i padroni di Oscar lo maltrattavano e…bingo! Li avrebbe arrestati tutti. Ma il loro piano non andò così. Infatti, il commissario non prese Cloe al guinzaglio ma si limitò a chiamarla.
“Vai, che aspetti?” –  disse Cloe.
“Ma…”
“Cambio di programma, ma tu fai quello che dovevi fare…veloce!”
Cloe restò lì fino a quando il commissario non venne a riprenderla e vide Giovanni e Paola che picchiavano a sangue Oscar.
“Polizia! Aprite se non volete finire nei guai!”
I padroni di Oscar furono arrestati e Luca messo in collegio. Invece Oscar fu portato in un canile dalla polizia. Durante il viaggio disse a Cloe: “Grazie Cloe, mi hai salvato la vita!”
“Te l’avevo promesso e una promessa è una promessa!” – esclamò Cloe.
Il canile piaceva ad Oscar. Si fece molti amici e si divertiva a giocare con loro ma un giorno arrivò Giovanni, il padrone di sua madre e disse al custode di cremare Cassandra,  la sua cagna morta per vecchiaia. Poi girò un po’ per il canile fino a quando non vide Oscar. Appena lo riconobbe decise di prenderlo e si fece raccontare dal custode tutta la storia strabuzzando gli occhi ad ogni frase. Così Oscar tornò con il suo primo padrone e purtroppo non rivide più Cloe.
Maria Claudia Mastrototaro – classe 2^ C – a.s. 2015/16

LA VITA ATTRAVERSO
GLI OCCHI DI UN CANE

Quando riacquistai i sensi la prima cosa che sentii fu un tanfo orribile. Aprii gli occhi. Ero dietro delle sbarre su un letto di paglia e letame con qualche pezzettino di freddo metallo sotto di me. Ero in una gabbia un po’ più grande del normale. Cercai di alzarmi, ma notai subito che la mia zampa posteriore sinistra faceva troppo male anche solo a toccarla. Mi trascinai lentamente verso le sbarre e sbirciai fuori. C’era un corridoio centrale ed entrambi i lati di questo erano formati da una serie di gabbie come la mia, poste una accanto all’altra su cinque file orizzontali. Quasi tutte contenevano cani di ogni razza e dimensione. Dopo un attimo di confusione, collegai i pezzi del puzzle e realizzai che mi trovavo in un canile. L’ultima cosa che mi ricordavo erano due grosse luci che mi abbagliavano gli occhi. Poi lentamente i ricordi si fecero nitidi.
Tutto era cominciatocuccia tre anni prima. Ero ancora un cucciolo quando una famiglia mi trovò sul ciglio di una strada, mi prese e mi fece salire su una di quelle pericolose macchine assassine che gli umani chiamano auto. C’erano due bambini, molto simili con cui da subito strinsi un forte legame. Giocavo, mi davano da mangiare, potevo stare all’aperto, avevo una fantastica cuccia, in cui dormire, e anche un bellissimo nome: Bengi. Stava scritto anche sul collare che mi avevano dato. Non vivevo come si suol dire “una vita da cani”. Tre anni passarono in fretta e più i due bambini crescevano, più notavo che si disinteressavano ai miei giochetti e alle mie fusa. Il cibo era sempre meno, non mi lavavano quasi mai. Non riuscivo a capirne il motivo finchè un giorno scorsi un piccolo cane, molto più bello e grazioso di me. I miei due padroncini lo stavano accarezzando. Provai ad avvicinarmi richiamando la loro attenzione, ma loro mi cacciarono bruscamente. I giorni passavano e ormai nessuno veniva da me. Sembrava che mi avessero abbandonato. Ormai pensavacaneno tutti a “Peggy”, il candido dolce angioletto cucciolo di volpino. Ero rassegnato, quando un giorno vennero da me i due ragazzi per farmi uscire dalla cuccia. Era sera. Io ero al settimo cielo. Mi fecero entrare in una gabbia adatta alla mia stazza e mi misero nell’auto. Ci salirono tutti, tranne Peggy, e partimmo. Pensavo stessimo andando al parco, quindi rimasi molto colpito quando ci fermammo su una strada di campagna, dopo un viaggio sembratomi molto lungo. Mi fecero scendere. Mi guardai attorno. Non c’era nessuno a prima vista ed era tutto buio. Quando mi rigirai la macchina da cui ero sceso non c’era più. La scorsi in lontananza che andava nella direzione opposta a dove ero io. Mi mossi stordito e confuso. Non capivo niente. Vidi due luci abbaglianti che mi venivano incontro. Non avevo idea di cosa fosse. Solo all’ultimo realizzai che ero al centro di una strada e che quella era un’auto che veniva a tutta velocità verso di me. Provai a schizzar via con un balzo, ma non feci in tempo. Venni colpito alla zampa di dietro e persi i sensi battendo la testa.
cane_bambina 4E ora ero lì. La vita continuò lentamente, tra pasti molto ristretti e lunghe dormite. Due settimane dopo aver preso consapevolezza di dove fossi e perché, venni svegliato da delle voci. Aprii gli occhi e una bambina mi stava fissando allegramente gridando a quello che presumo potesse essere il padre: – < Voglio questo! Prendimi questo, dai!>. Mi fecero uscire e finalmente potetti sgranchirmi le zampe e respirare l’aria fresca. Potevo far felice una nuova famiglia. Forse avevo un’altra vita.

Giulio De Leo – classe 2^ C – a.s. 2015/16

LA CAGNOLINA SPAZIALE

Siamo a Mosca nel 1957, o almeno Oleg Gazenko lo è. Oleg sta passeggiando per le vie di Mosca quando incontra in un angolino una piccola cagna abbandonata. La prende e corre subito allo studio spaziale di Mosca . Per la strada trova altri due cagnolini che decide di chiamare Albina e Mushka. Arrivato alla sede spaziale russa propone il suo progetto: mandare Laika (la prima cagnolina che ha trovato) su un veicolo spaziale per testare la vivibiltà dell’uomo nello spazio. Il suo progetto viene accolto fragorosamente dai compatrioti che sono entusiasti di poter sperimentare la vita animale nello spazio soprattutto per dimostrarsi superiori agli U.S.A. L’addestramento dei cani inizia. E’ molto difficile i cani potrebbero morire anche durante l’addestramento. Ma la cagna che soffre di più è Laika che è la “prescelta”. Le cagne vengono abituate a spazi larghissimi e a gabbie strettissime per più di venti giorni ciascuno. Durante l’addestramento però Laika si stanca troppo, tanto da non voler più sottoporsi all’addestramento, così i russi interrompono l’addestramento per un po’.laika 1

Ora, io vorrei riflettere sul trattamento dei tre cani (o meglio delle tre cagne) per far capire a voi lettori come il comportamento dei russi in questa occasione è stato scorretto nei confronti degli animali: tenerli in una gabbia strettissima per una ventina di giorni con lo stretto necessario per sopravvivere. E’ una cosa… terribile nei confronti degli animali! Inoltre, gli scienziati russi hanno preparato una missione praticamente suicida dal momento che il satellite Sputnik 2 non era abbastanza sviluppato per il ritorno in atmosfera e che sul satellite c’era cibo sufficiente per Laika solo per circa sei giorni. Ma nonostante tutto il satellite fu mandato in orbita il 3 novembre 1957 e appena iniziò a superare l’atmosfera il cane iniziò a star male; secondo le ipotesi più accreditate Laika morì dopo circa sei ore dal decollo. Nonostante il fallimento i russi non si arresero e, pur di dimostrarsi superiori agli Stati Uniti d’America e quindi superiori a tutti gli altri popoli ripeterono, e questa volta con successo, la missione. Infatti il loro più grande “successo” è stato lo Sputnik 5. Dunque, i russi durante gli anni della guerra fredda effettuarono cinque missioni spaziali in cui furono usati come cavie degli animali.

Tutto questo per me ha dell’assurdo ancor di più alla luce della “Dichiarazione dei Diritti dell’Animale” sebbene quest’ultima fu emanata solo nel 1978. Gli articoli trasgrediti sono:

l’art. 1 in quanto le cagne sono morte in età giovane (tutte entro i 6 anni).
l’art. 2 dal momento che i russi non hanno voluto mandare un umano nello spazio ed hanno trattato male gli animali.
l’art. 3 perchè Laika è stata messa in gabbia per essere protagonisti di una missione spaziale suicida, quindi è stata vittima di maltrattamenti. Laika era abbastanza cosciente della sua morte dal momento che ha agonizzato per un’ora.
l’art. 4 perché Laika non ha avuto altra scelta che quella di salire sullo Sputnik 2, mentre avrebbe potuto vivere liberamente.laika 2
l’art. 6 perchè i russi, mandando Laika nello spazio, l’hanno praticamente uccisa a poco più di tre anni.
l’art. 7 in quanto i russi hanno effettuato l’addestramento per diverse ore al giorno per almeno un mese.
l’art. 8 perché credo che gli animali abbiano patito molto sia fisicamente che psichicamente durante l’addestramento.
l’art. 11 in parte, visto che potevano far fare l’esperimento a noi uomini dal momento che siamo noi che volevamo e vogliamo conoscere sempre tutto.
l’art. 13 poichè il cadavere di Laika si disperse quando lo Sputnik 2 precipitò sulla terra.

Oleg Gazenko stesso ha dichiarato in seguito che si sentiva colpevole e si autoaccusava del progetto Sputnik 2.

Leonardo Pellecchia – classe 2^ C – a.s. 2015/16

ANIMALISTI DENUNCIANO MALTRATTAMENTI SUI CUCCIOLI AL “GREEN HILL” DI BRESCIA

La storia che sto per racuccioloccontare è comparsa anche sui giornali, ma io l’ho sentita da mio zio che vive a Brescia, il posto dove i fatti sono accaduti.
Un allevamento di Brescia, il “Green Hill”, è stato chiuso per le denunce di tantissimi animalisti, che si sono rivolti a Polizia e Carabinieri per segnalare i maltrattamenti che i cuccioli di beagle subivano in quell’allevamento. I cuccioli venivano utilizzati per testare farmaci e prodotti cosmetici che sarebbero stati destinati alla vendita per il consumo da parte degli uomini.
Tantissimi cuccioli morivano durante i test.
Dopo le denunce e l’intervento del giudice l’allevamento è stato chiuso e i cuccioli sono stati affidati gratuitamente alle cure dei volontari, che hanno continuato la loro lotta per poter adottare definitivamente i cuccioli, che i proprietari dell’allevamento volevano indietro.
Il giudice ha dato ragione ai volontari e oggi i cuccioli vivono con le loro nuove famiglie e non più nell’allevamento.
Matteo Cusanno – classe 2^ C – a.s. 2015/16

 

DENTRO UNA SCATOLA

Un giorno, quando io e la mia famiglia stavamo ritornando a casa, abbiamo visto da lontano qualche movimento strano. Ci siamo avvicinati e vicino al cagattini-1ssonetto c’era una macchina ferma e da lì sono scesi dei ragazzi con delle scatole piene di qualcosa che si muoveva ma non sapevamo cosa fosse. Ad un certo punto si udì un miagolio. Allora, dato che avevamo capito che volevano far del male a dei poveri gattini, abbiamo chiamato i carabinieri. Dopo aver allontanato lo sguardo da quei cartoni, mi sono accorta che uno di quei ragazzi aveva un accendino in mano. Così l’ho detto a mio padre, lui è andato verso i ragazzi che, appena lo hanno visto, hanno iniziato a lanciargli dei sassi, mentre un altro ragazzo dava fuoco ai cuccioli. Dopo aver sentito la sirena dei carabinieri, però, i ragazzi sono scappati via. Quando è arrivata la polizia era troppo tardi, i piccoli ormai erano morti. Dopo un po’ siamo andati in caserma. Io avevo memorizzato la targa dell’auto e dopo aver identificato i ragazzi, i carabinieri li hanno arrestati. Io ero felice perché avevano avuto la giusta punizione per un’azione così malvagia.
Alessia Colella – classe 2^ C – a.s. 2015/16

I DIRITTI DEGLI ANIMALI

L’espressione “diritti degli animali” si riferisce al diritto di questi ultimi di vivere in libertà e di non soffrire inutilmente.
Nella cultura occidentale l’idea di “diritti degli animali” viene fatta risalire al ‘700 grazie a pensatori come Voltaire e Benthain, ma, la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale” è stata approvata dall’UNESCO solo nel 1978.
In Italia, la norma di riferimento in materia di disposizioni contro il divieto di maltrattamento degli animali, nonché, d’impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate è sancita dalla legge del 20/07/2004 n° 189.

– DIRITTO AL RISPETTO ALLA CURA E ALLA PROTEZIONE DA PARTE DELL’UOMO  (art. 2) –

Quest’estate mi è capitato qualcosa di molto spiacevole. Io con la mia famiglia stavamo rincasando da una piacevole passeggiata, quando ad un tratto, sentimmo una frenata improvvisa e dei lamenti. Noi preoccupati ci recammo sul posto e vedemmo che il nostro cane (un incrocio tra bassotto e labrador), era per terra.
Colui che lo aveva investito, si era fermato e si era reso disponibile per portare il mio piccolo Orso dal veterinario. La dottoressa gli diagnosticò un emorragia interna ed un trauma cranico. Io e mio fratello eravamo preoccupati e tristi in quanto per sciogliere la prognosi e perciò dichiaveterinariararlo fuori pericolo dovevamo attendere quarantotto ore. Nel frattempo la dottoressa gli somministrò l’antibiotico e l’antiemorragico. Lo volle rivedere anche il giorno seguente.
Le ore della notte non passavano mai tanto era l’angoscia, l’agitazione e la preoccupazione. Il giorno seguente, la dottoressa ci annunciò che il cane sarebbe guarito grazie anche al fatto che l’investitore aveva portato subito il cane dalla veterinaria. La dottoressa gli prescrisse dieci giorni di antibiotico.
Oggi il mio cane sta bene.
Questo racconto conferma il diritto alla cura; mentre, per quanto riguarda la protezione, ora, quando ci allontaniamo da casa, lo mettiamo in un recinto costruito proprio per lui.
Fernando Maldera  – classe 2^ C – a.s. 2015/16

 

QUEI POVERI CUCCIOLI ABBANDONATI

Il regno animale è un regno molto vario di cui l’uomo fa parte ed è proprio per questo che non dovrebbe permettersi di maltrattare gli animali. Molto spesso, però, siamo costretti a sentirne parlare senza poter far niente. Tanti sono gli episodi raccontati dai telegiornali e da un programma televisivo come “Striscia la Notizia” ma io voglio raccontare una storia di cui sono stato testimone: la morte di quattro cuccioli.cuccioli
All’età di sette anni con i miei cugini e mio fratello ogni giorno portavamo loro del cibo, dato che erano stati abbandonati dal loro padrone oltre che dalla loro mamma. Essi si trovavano in un piccolissimo trullo in cui entravano a malapena. Quando li vedemmo per la prima volta con i loro musetti teneri subito ci affezionammo tanto che ogni giorno portavamo loro da mangiare. Ormai eravamo diventati molto affiatati e ad ognuno avevamo dato un nome. Un giorno però, mentre stavamo portando loro del cibo, li trovammo morti davanti all’ingresso del trullo perché durante la notte qualcuno aveva dato loro una ciotola di veleno. Noi da quel giorno rimanemmo molto colpiti da ciò che era accaduto tanto che mia cugina, la più grande del gruppo, denunciò l’accaduto attraverso un giornale locale online “Coratolive”.
Dobbiamo sapere che esiste la “Dichiarazione universale dei diritti dell’animale” sottoscritta il 15 ottobre del 1978 presso la sede dell’Unesco a Parigi, con lo scopo di fornire un codice etico per sancire i diritti che spettano ad ogni animale. Io sono a favore di questa Dichiarazione e spero che un giorno questi maltrattamenti finiscano.
Antonio Marcone – classe 2^ C – a.s. 2015/16

 

LA CARPA

Nel mese di Giugno ero in vacanza in Francia vicino Lussemburgo; un giorno mio cugino esperto pescatore, mi propose di andare a pesca con lui. Ero molto eccitato perché avrei fatto un’esperien-za tutta nuova! Mio cugino mi spiegò che si trattava di pesca sportiva e quindi qualsiasi cosa avessimo pescato, sarebbe stata subito rilasciata nel lago.
Ci recammo sul posto all’alba, verso le cinque, perché i pesci abboccano più facilmente in quanto affamati. Faceva molto freddo, c’era un silenzio surreale e per questo i nostri movimenti erano attenti e silenziosi per rispettare l’ambiente. Nel lago in cui avremmo pescato c’erano prevalentemente carpe. carpa
La carpa ha un corpo allungato rivestito da grandi scaglie, ha una testa e un muso largo, la bocca è appena sporgente, ma molto sviluppata in quanto ha un doppia fila di denti faringei e la sua colorazione è prevalentemente argentata con sfumature dorate.
La carpa può raggiungere la lunghezza di 65 cm, mentre il peso è tra i 3 e i 30 kg; la carpa è uno dei pesci più longevi, infatti può raggiugere i 100 anni di età.
E’ un pesce che vive in acqua dolce e non troppo fredda, preferisce acque profonde con fondi melmosi con vegetazione.
La carpa è un pesce onnivoro e si ciba di microrganismi che si trovano sul fondo; questa alimentazione avviene soprattutto di notte.
Si riproduce tra i 2 e i 4 anni di vita e può deporre fino a 300.000 uova in un periodo che va dalla primavera all’estate. Quando i piccoli nascono si nascondono nel fogliame cibandosi di microrganismi.
Dopo aver sistemato tutto l’occorrente mio cugino mi spiegò che bisognava essere molto pazienti ma… ad un certo punto vedemmo che la canna era in tensione, era il segnale che il pesce aveva abboccato! Le mie braccia non ce la facevano a tirare: era troppo pesante! Avevamo pescato una carpa enorme e io non credevo ai miei occhi.
La nostra giornata si concluse positivamente, infatti pescammo altre due carpe bellissime e dopo una veloce fotografia, rilasciammo subito i pesci nel lago per rispettare il loro diritto alla vita.

Francesco Martinelli – classe 2^ C – a.s. 2015/16

PONGO CERCA CASA

Pongo era un piccolo meticcio che venne adottato da una coppia sposata da pochi mesi che, desiderosa di adottare un cucciolo, si era recata al canile per cercarne uno.
Per la coppia il piccolo Pongo era stato amore a prima vista, con il suo piccolo nasino con una macchiolina rosa sulla punta, ma la cosa che colpì subito quelli che sarebbero stati i nuovi padroni di Pongo furono gli occhi grandi e marroni.
Appena arrivati a casa Pongo correndo e scivolando sul pavimento appena lucidato cominciò ad esplorare la casa e subito vide la sua nuova cuccia, la sua ciotola e la sua cesta piena di giocattoli dove, senza perdere tempo, si tuffò alla ricerca di un giocattolo.
Insomma Pongo non poteva desiderare altro.cane-gioca
Passano due anni felici trascorsi tra giochi e coccole, quando all’improvviso qualcosa cambiò.
Pongo era sempre stato un cane pasticcione e rompeva tutto ciò che aveva intorno, ma non veniva mai rimproverato; di punto in bianco ora invece veniva sempre punito e chiuso in giardino e lui non capiva il perché. Arrivarono nuovi giocattoli che però non sembravano per lui, ma per bambini. La padrona di Pongo, infatti, aspettava due gemelle, e la coppia non era in grado di sopportare le spese di due bambine ed un cane.
Un giorno il padrone di Pongo decise di portarlo a fare un a passeggiata, Pongo era contento di passare del tempo con il suo padrone così come faceva una volta e lo seguì in macchina gioioso.
Arrivati in un quartiere deserto della città, Pongo scese e si allontanò dalla macchina scodinzolando, ma quando si girò si accorse che la macchina non c’era più e smise di scodinzolare.
Pongo, triste ed abbattuto, cominciò a camminare senza sosta. Decise di cercare una nuova casa ma ogni volta le cose non andavano bene. Pongo combinava sempre qualche disastro e veniva sempre abbandonato per strada o nelle campagne, rischiando anche di essere investito.
Vagò per mesi, ma nessuna casa era disposta ad ospitarlo, fino a quando non entrò in un camper.
Un uomo si avvicinò ed iniziò ad accarezzarlo, lo portò dietro una tenda e all’improvviso Pongo sentì il rumore di una serratura cigolante, Pongo era finito in una gabbia, ma non in una gabbia qualunque, non una gabbia singola, ma una gabbia con altri cani tutti tristi e maltrattati usati per divertire la gente in strada.
Pongo partecipò a tre o quattro di questi spettacoli ed ogni volta tornava in gabbia con segni di frustate sulla schiena. Pongo disperato un giorno studiò un piano per scappare. Con astuzia finse di stare male, l’uomo aprì la gabbia per controllarlo e Pongo cominciò ad abbaiare, tutti i cani uscirono dalla gabbia e scapparono con Pongo felici di essere tornati liberi.canile
Pongo era felice, ma non aveva ancora raggiunto il suo scopo, trovare una casa dove poter trascorrere il resto della sua vita.
Il povero cane ebbe un’idea, tornò al canile e aspettò un nuovo padrone. Però per sei anni rimase al canile, aspettando e sperando che qualcuno potesse adottarlo.
Pongo venne adottato da un uomo anziano e condivise con lui la sua allegria per il resto della sua vita, dimenticando il male che gli era stato fatto in passato.

Ho scritto questa storia per ricordare a chiunque avesse un cane o qualsiasi altro animale di non abbandonarlo, perché lui nei momenti difficili non ci ha mai abbandonato e, se proprio è necessario, meglio riportarli al sicuro al canile e non abbandonarli per strada o nelle campagne.

ARTICOLO 6: l’abbandono di un animale è un atto crudele e degradante.
ARTICOLO 10: a) nessun animale deve essere utilizzato per il divertimento dell’uomo;
b) l’esibizione di animali e gli spettacoli che utilizzano degli animali sono incompatibili con la dignità dell’animale.
Lamanna Natalia – classe 2^ C – a.s. 2015/16

 

UN PICCOLO CAPRICCIO

La piccola Giada aveva insistito molto per avere un cane ed aveva promesso a più riprese che se ne sarebbe presa cura personalmente. Continuava a dire che con un simile compagno di giochi non si sarebbe più annoiata durante le lunghe assenze dei genitori.
Così, per il suo compleanno, questi le regalarono Neretto: un tenero cagnolino bianco e nero. Il cagnolino si era subito affezionato alla bambina e la seguiva ovunque scodinzolando felice. Giada era contenta di avere trovato finalmente un compagno di giochi che faceva sempre e solo cosa voleva lei. I genitori, impegnati nel loro lavoro, vedevano di buon occhio quell’amicizia convinti di avere trovato finalmente qualcosa a cui la piccola dedicasse così tanto tempo.
Con il passare dei giorni l’entusiasmo iniziale per il nuovo “gioco” incominciò a stancare. A Giada dava fastidio che le sue amiche dedicassero tanta attenzione a Neretto… quasi mettendo lei in secondo piano. Inutilmente il cucciolo la seguiva fiducioso e le si buttava ai piedi alzando le zampette per invitarla a fargli qualche coccola ma… lei incominciò addirittura a scacciarlo scocciata. I genitori, per cui il cagnolino era stato solo un ulteriore impegno in più, iniziarono ben presto ad essere seccati nel sentire le molteplici lamentele di Giada.
Con il giungere della bella stagione ripresero la loro abitudine di fare delle piccole gite fuori porta ed il cagnolino era… un inconveniente. Non in tutti i posti era possibile portarlo così iniziarono a lasciarlo solo in casa per diverse ore e poi addirittura per l’intera giornata.2008_cani_no-abbandono2
Un sabato si alzarono tutti presto perché c’era in programma di andare ad un maneggio dove finalmente Giada avrebbe potuto provare a cavalcare… la sua ultima passione… dopotutto anche una sua amica lo faceva!!! Durante il tragitto a Neretto venne voglia di fare la pipì perché quella mattina, nell’entusiasmo della partenza, nessuno si era ricordato di portarlo fuori. Lui da bravo cagnolino non voleva assolutamente sporcare in macchina quindi iniziò a guaire per farsi capire. Di rimando Giada incominciò a reclamare con i genitori perché il cane le dava fastidio con i suoi lamenti. La mamma, che era già un pochino arrabbiata per la levataccia, ci aggiunse i suoi rimbrotti. Il papà, dopo aver chiesto a più riprese di essere lasciato tranquillo perché altrimenti non riusciva a concentrarsi sulla guida, frenò in una piazzola e scaricò il cagnolino. Neretto corse subito vicino ad un cespuglio ma, aveva appena alzato la zampina, quando sentì la macchina ripartire a razzo. Rimase stranamente stupito ma poi si pose pazientemente seduto ad aspettare vicino al bordo della strada.
Passarono le ore e lui iniziava ad avere sete e fame ma non osava certo spostarsi per cercare qualcosa… era sicurissimo che tra le varie macchine che gli sfrecciavano davanti senz’altro tra un pochino sarebbe arrivata anche quella dei suoi padroni.
Quando ormai il sole era molto alto nel cielo e lui, ormai stanco, si era accucciato a terra, vicino a lui giunse un altro cane che gli disse: “Rassegnati, non torneranno più”. Neretto in un primo tempo pensò di essersi appisolato e di sognare perché non lo aveva proprio sentito arrivare.
“No, sono certo che torneranno…” gli rispose “Giada mi vuole troppo bene. Certamente non si sono accorti che io non sono risalito in macchina e quando lo scopriranno verranno a prendermi”.
“Anch’io la pensavo così…” continuò Pongo, l’altro cane “ma dopo aver aspettato per diversi giorni sul bordo di questa strada ed aver rischiato più volte di finire sotto ad una macchina ho incominciato a pensare a tutti i piccoli cambiamenti nel comportamento del mio padrone negli ultimi tempi…”.
“No, no, tu non puoi capire…” iniziò tutto infervorato Neretto. “La mia padroncina si addormentava solo se la mia cestina era vicino al suo letto e la mattina, addirittura, divideva la sua colazione con me…”.
“Anche a me succedeva così all’inizio…” replicò con voce triste Pongo. “Poi però le cose, poco per volta, sono cambiate e adesso mi ritrovo qui da diversi mesi. Finalmente sono di nuovo contento perché ho te, qualcuno con cui dividere le mie giornate. Dai vieni con me mi sono trovato un riparo niente male ai piedi di una grande quercia ed ho imparato addirittura a procurarmi il cibo da solo”. Dopo aver tristemente guardato ancora nella direzione in cui era sparita la macchina dei suoi padroni, Neretto si affiancò a Pongo e con lui raggiunse l’ombra ristoratrice dell’albero.
Da quel giorno non si lasciarono più e, ogni tanto, tornano entrambi sul bordo della strada per vedere se eventualmente i loro rispettivi padroni ci avessero ripensato.
(http://oneminutemobile.dk/redirect/nonnanna-linventafavole.blogspot.it/2014/07/vacanza-non-e-sinonimo-di-abbandono.html#more)

trovata da Antonio Altamura – classe 2^ C – a.s. 2015/16

UNA CAGNOLINA LASCIATA PER STRADA

In una famiglia Massimo, il padre, regalò a suo figlio Mario “un piccolo cucciolo”, un incrocio di Pincher Toy e di Chiwawa: era nero piccolissimo. Purtroppo però la moglie Eva era allergica al pelo del cane, ma Massimo sapeva che si sarebbe intenerita e quindi l’avrebbe tenuto.
Infatti fu così: quando Eva vide il cucciolo prima si arrabbiò, ma dopo si intenerì, anche Mario quando lo vide era felice e lo accarezzò subito. Mario lo chiamò Zorro perché era tutto nero ed era anche coraggioso infatti quando dei cani di grossa taglia si avvicinavano a lui iniziava ad abbaiare fino a quando non si allontanavano.
Ma dopo un po’ di tempo capirono che si trattava di un cucciolo femmina e così la chiamarono Zora anche perché si era già abituata a quel nome.
Zora era una vera e propria peste: abbaiava ad ogni persona sconosciuta che passava fino a quando non se ne andava. Se lasciavi un telefono in carica lo mordeva, infatti una volta ruppe il caricabatteria. Saltava sui divani. Mordeva per gioco la sua cuccia quando era sola.
Zora iniziava a diventare un vero e proprio fastidio per Eva, però suo figlio Mario le voleva molto bene infatti giocava sempre con lei, la portava a passeggio e le regalava molti oggetti per giocare. Massimo, invece, era il preferito di Zora perché gli mordeva sempre i lacci delle scarpe oppure gli prendeva la ciabatta e se la portava nella sua cuccia per morderla.
Qualche mese dopo Eva disse a Massimo che Zora doveva andare via perché era troppo fastidiosa. Massimo, anche se non voleva, regalò Zora ad un suo amico perché la figlia di questo suo amico desiderava tanto un cucciolo. Mario era molto triste, infatti, per dispetto non parlava più con sua madre.
Con i suoi nuovi padroni Zora non giocava e se ne stava sempre nella sua cuccia, gli mancavano i suoi cari vecchi padroni. La figlia dell’amico di Massimo disse al padre che Zora era noiosa e quindi la doveva vendere, ma era una cosa molto difficile perché era ormai diventata grande e non era più un cucciolo quindi bisognava metterla in un canile o abbandonarla per strada.abbandonato

L’ amico di Massimo allora se ne sbarazzò lasciandola in mezzo alla strada.
Zora aveva paura, era solo un povero piccolo cane lasciato così come una cosa inutile per strada. Però si fece coraggio e fiutando cercava la strada per tornare alla sua vecchia e cara casa, dal suo padrone Mario. Camminò tanto e dopo diverse ore arrivò finalmente a casa. Mario appena la vide fu così felice che non riusciva a parlare, Zora lo leccava dappertutto, anche lei era felice.
Massimo invece si precipitò a casa dell’amico chiedendo che cosa fosse successo e lui gli disse che era scappata e che la stavano cercando, anche se lui se ne stava tranquillo sul divano a vedere la televisione. Massimo capì che l’avevano abbandonata, chiamò la polizia che fece pagare una multa per aver abbandonato un animale.
Zora è rimasta nella sua vechia e cara casa con tutta la famiglia, contenta di essere finalmente lì.

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