DUE EPIDEMIE A CONFRONTO

Una grave epidemia colpì l’Italia nel 1348, la peste nera o “morte nera”.
Il motivo per cui fu definita “nera” è ancora incerto, ma si pensa che il nome si riferisse ai bubboni scuri che essa provocava sul corpo oppure che volesse sottolineare l’elevatissimo numero di vittime che causava.
La peste in Europa non si era più manifestata dal IX secolo e perciò non se ne conoscevano né le cause né le cure appropriate, né tanto meno si sapeva come attuare un’efficace prevenzione.
Stravolse drasticamente le abitudini di vita delle persone proprio come sta accadendo in questo particolare momento storico con il nuovo Coronavirus.

La malattia provocata da questo virus ha il nome di “COVID-19”, sigla in cui “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” indica l’anno in cui si è manifestata ed è stata identificata.
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus conosciuti per la loro capacità di causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS). Sono virus RNA a filamento positivo, con aspetto simile a una corona, visibile al microscopio elettronico.
La tragica esperienza della peste nera fu vissuta da Giovanni Boccaccio che con i suoi occhi vide la “mortifera pestilenza” che causò tante sofferenze alla popolazione. Proprio per questo riuscì a descriverla con grande precisione nel Decameron, la sua opera più celebre, una raccolta di cento novelle raccontate da una brigata di dieci giovani agiati di Firenze, sette fanciulle e tre giovani uomini che si erano rifugiati in campagna per sfuggire alla malattia.
Tramite questa testimonianza si può fare un confronto tra le due diverse epoche e si può notare che ci sono degli aspetti in comune, sia dal punto di vista della malattia sia dal punto di vista comportamentale e di atteggiamenti del popolo.
Innanzitutto la Peste nera è un batterio, invece il Coronavirus è un virus, quindi da questo punto di vista le epidemie sono completamente diverse.
La Peste nera è stata identificata da molti studiosi come un’infezione causata da Yersinia pestis, un batterio isolato nel 1894 e che si trasmette generalmente dai ratti neri agli uomini per mezzo delle pulci.
Ai tempi di Boccaccio si pensava invece che la malattia derivasse dal movimento delle costellazioni e dei corpi celesti oppure che fosse un castigo divino, la conseguenza dell’ira di Dio per i comportamenti e le “opere” ingiuste degli uomini.
Invece il nuovo ceppo di coronavirus dovrebbe aver compiuto un salto di specie dal pipistrello all’uomo, un fenomeno non raro tra i coronavirus: nel 2003, infatti, i pipistrelli furono indicati come i serbatoi del coronavirus della SARS e, nel 2012, del virus della MERS.
Un gruppo di scienziati incaricati di studiare il nuovo ceppo di coronavirus, mai identificato prima nell’uomo, ha scelto il nome “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2” (SARS-CoV-2), mentre l’OMS ha chiamato la malattia respiratoria COVID-19.

Le prime analogie tra la Peste e il Coronavirus sono il luogo da cui hanno cominciato ad espandersi, il primo provvedimento preso e i consigli dati alle persone per evitare che le infezioni si espandessero ancora di più.

La peste del ‘300, ovvero la Peste nera, ha cominciato a diffondersi dall’Oriente, poi è arrivata in Italia e ha colpito la città di Firenze, allo stesso modo il COVID-19 è partito dalla città cinese di Wuhan e poi si è diffuso giungendo fino a noi.
La città di Firenze fu subito in qualche modo “disinfettata” e chiusa: Boccaccio specifica che fu vietato l’ingresso ai malati provenienti dall’esterno.
Anche il nostro Paese ha deciso di prendere subito il provvedimento di chiudere gli aeroporti ed impedire il libero accesso in Italia a chi proveniva dalla Cina: a tutti era controllata la temperatura con il termo scanner.
Inoltre come ai fiorentini furono dati molti suggerimenti per preservare la salute fisica, così è accaduto anche a noi.
Il capo del Governo italiano, aiutato dagli scienziati e da altri esperti, ha emanato dei decreti restrittivi, ha previsto ed attuato misure di contenimento sempre più drastiche proprio per limitare e contrastare la diffusione del contagio.
In entrambi i casi, purtroppo, le misure di sicurezza non sono servite a bloccare l’infezione ed evitare la morte di tantissime persone.
I fiorentini chiesero aiuto a Dio, innalzando preghiere e facendo processioni, come anche noi, con la guida del Papa e dei nostri sacerdoti, ci siamo rivolti al Signore e abbiamo pregato tutti insieme per le persone malate, per i medici, gli infermieri e per tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per salvare vite umane.

I sintomi della peste sono completamente diversi da quelli del coronavirus.
In Oriente si era manifestata con fuoriuscita di sangue dal naso, che portava ad una morte inevitabile, invece in Occidente comparivano dei “gavoccioli”, cioè dei rigonfiamenti sotto l’inguine e sotto le ascelle, delle bolle che crescevano alcune come una mela altre come un uovo. Tali “bubboni” si moltiplicavano e apparivano in ogni parte del corpo ed erano segni di morte sicura così come la comparsa di macchie nere o livide.
La peste nera è durata per quattro anni e i morti sono stati 200 milioni.

Per quanto riguarda il COVID-19, i sintomi più comuni sono febbre, stanchezza e tosse secca. Alcuni pazienti possono presentare indolenzimento e dolori muscolari, congestione nasale, naso che cola, mal di gola o diarrea. Questi sintomi sono generalmente lievi e iniziano gradualmente. Alcune persone si infettano ma non sviluppano alcun sintomo. Invece, nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e la morte.
Circa 1 su 5 persone con COVID-19 si ammala gravemente e presenta difficoltà respiratorie, richiedendo il ricovero in ambiente ospedaliero.
Finora il bilancio dei morti è stato altissimo e le vittime sono state soprattutto gli anziani, le persone con altre patologie come ipertensione, problemi cardiaci o diabete e i pazienti con scarse difese immunitarie o addirittura privi di esse.
Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Salute, il numero dei morti per coronavirus nel mondo è circa 336.430. In Italia, il 24 maggio 2020, alle ore 18.00 la situazione è questa:
ATTUALMENTE POSITIVI
56594
DECEDUTI
32785
GUARITI
140479
Facendo un confronto, il numero dei morti oggi è nettamente inferiore al numero dei morti per la Peste nera: secondo gli studiosi morì circa un terzo della popolazione mondiale dell’epoca.
Attualmente le condizioni igienico-sanitarie, gli strumenti a disposizione per limitare il contagio e per curare i malati sono completamente diversi da quelli dei tempi di Boccaccio. L’autore sottolinea che i consigli dei medici non portavano a migliorare la situazione, pochissimi guarivano, perciò ognuno si atteggiava a medico e proponeva le sue idee e cercava rimedi fai da te. C’era chi pensava che bastasse mangiare di più, bere ottimi vini, cantare, riunirsi, condurre una vita sfrenata per mantenersi in buona salute. C’era chi era sicuro che con dei profumi particolari ci si potesse salvare ed eliminare il cattivo odore dei morti.
Oggi per curare i malati di Coronavirus si è proceduto per tentativi, sfruttando medicinali usati per coronavirus precedenti, per la malaria e per l’AIDS. Alcuni pazienti, dopo molte settimane di ricovero in reparti di rianimazione e terapia intensiva, sono guariti.
Inoltre gli scienziati e gli studiosi da subito si sono adoperati per studiare il coronavirus e stanno lavorando senza sosta alla ricerca di vaccini efficaci e sicuri: alcune persone si sono volontariamente sottoposte ai vaccini realizzati nei laboratori, così si è avviata la sperimentazione nell’uomo.
Un’altra analogia tra la Peste e il Coronavirus è l’incredibile velocità e forza con cui le due malattie si sono diffuse, mentre le modalità di contagio sono diverse.
Ci si ammalava di peste non solo se si parlava o si stava in presenza dei malati, ma anche se si entrava in contatto con un qualsiasi oggetto della persona malata. La peste nera colpiva soprattutto i poveri che stavano sempre insieme nelle loro case e non erano aiutati da nessuno.

Il nuovo Coronavirus invece è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata. La via primaria sono le goccioline del respiro delle persone infette che si trasmettono per esempio attraverso la saliva, la tosse o gli starnuti, i contatti diretti personali oppure quando con le mani contaminate (non ancora lavate) si toccano bocca, naso o occhi. In casi rari il contagio può avvenire attraverso contaminazione fecale.
Normalmente le malattie respiratorie non si trasmettono con gli alimenti, che comunque devono essere manipolati rispettando le buone pratiche igieniche ed evitando il contatto fra alimenti crudi e cotti.
Inoltre sono in corso numerosi studi per comprendere meglio le modalità di trasmissione del virus: ultimamente il virus è stato ritrovato anche nelle lacrime delle persone malate.
Proprio per queste motivazioni e per il numero crescente e spaventoso dei contagiati e dei morti, in Italia è stato rigorosamente richiesto e in gran parte applicato il distanziamento sociale, con la regola di “restare a casa”. Il Paese è stato sottoposto a lockdown con gravi conseguenze economiche: sono state a lungo chiuse tutte le attività produttive e commerciali, tranne quelle strettamente necessarie per la vita quotidiana, sono state chiuse scuole, teatri, cinema, attività culturali e ricreative e così via.
Alcune persone si sono comportate in modo superficiale ed irresponsabile, creando assembramenti e non rispettando le regole stabilite di per tutti. Alcune famiglie di nascosto hanno lasciato le loro case in città e si sono trasferite nelle abitazioni di campagna, proprio come è accaduto ai tempi di Boccaccio, quando comitive di giovani abbandonarono la città, centro del focolaio, e si rifugiarono in campagna.
Attualmente, soltanto dal 4 maggio, proprio per la diminuzione del numero dei malati e dei positivi, è stata avviata la Fase 2 e pochi giorni fa sono state riaperte attività come quelle dei parrucchieri e degli estetisti, sono stati aperti alcuni servizi di ristorazione, naturalmente con la rigida applicazione di misure di sicurezza ben precise.
Noi abbiamo vissuto tutta questa situazione con paura, preoccupazione, ansia, dolore, attesa e anche speranza.
Anche nel 1348 si scatenarono paure, che addirittura portarono le persone vive, a “schifare”, ad evitare i malati e i loro oggetti, ad abbandonare al loro destino anche i familiari stretti, senza alcuna pietà: proprio Boccaccio mette in evidenza la crudeltà, la disumanità di molte persone, come del Cielo per aver permesso un così alto numero di vittime.
Solo alcuni servitori, pur di ottenere una grande somma di denaro, non lasciavano il loro padrone, ma alla fine assistevano alla sua morte e nel frattempo morivano anche loro, con il loro guadagno.
Al contrario oggi vengono elogiati tanti medici, infermieri e volontari che curano con coraggio e determinazione le persone malate, che non saltano un turno di lavoro, che purtroppo perdono anche la propria vita per salvare le vite altrui.
Un’altra analogia tra peste e coronavirus è la mancanza di bare per deporre i numerosissimi morti, la mancanza di posti di sepoltura e l’impossibilità di celebrare i funerali.
Ai tempi di Boccaccio i corpi dei morti, ammassati tra di loro, furono addirittura deposti nelle chiese, nelle stive delle navi e furono trattati nella stessa maniera in cui si sarebbero trattate la capre o forse anche peggio.
In questo periodo di quarantena anche per l’Italia è stato impossibile dare ai morti un ultimo saluto ed una dignitosa sepoltura: le chiese sono state chiuse e la celebrazione dei funerali è stata sospesa.
Boccaccio conclude la sua Introduzione alla prima giornata del Decameron con ironia sulla morte che giungeva senza segni di preavviso: i primi medici Galieno, Ipocrate o Esclulapio, vedendo giovani, belle donne ed uomini valorosi pranzare tranquillamente con i loro parenti, li avrebbero giudicati sanissimi ed invece la sera seguente gli stessi si ritrovavano nell’altro mondo a cenare con i loro familiari già morti.
Il confronto tra peste nera e coronavirus ci fa riflettere e ci porta alla conclusione che, fino ad ora, è stata molto più drammatica la situazione vissuta nel XIV secolo.
Inoltre nel corso dei millenni, con gli spostamenti e le migrazioni dei popoli da un continente all’altro, nel mondo ci sono state molte epidemie e pandemie che hanno cambiato il corso della storia ed hanno causato tantissime vittime tra le popolazioni. Sono più o meno famose, hanno avuto diversa durata nel tempo e diverso numero di decessi.
Si sono succedute nel tempo fino ad oggi queste epidemie:
• la peste Antonina dal 165 al 180 d.C.;
• la peste di Giustiniano dal 541 al 542;
• la peste nera dal 1347 al 1351;
• il vaiolo dal 1520 ad oggi;
• la peste del 1630 (raccontata da Manzoni nel romanzo “I Promessi sposi”) durata fino al 1632;
• il colera dal 1817 al 1823;
• l’influenza spagnola dal 1918 al 1919;
• l’influenza di Hong Kong dal 1968 al 1970;
• il SARS dal 2002 al 2003;
• l’influenza suina del 2009 al 2010;
• l’ebola dal 2014 al 2016;
• la MERS dal 2015 al 2020;
• il COVID-19 dal 2019 ad oggi.
Per me l’aspetto più strano è il rapporto tra la durata dell’epidemia o della pandemia ed il numero di decessi: per esempio il colera è durato 106 anni e ha causato 1 milione di morti, mentre l’influenza spagnola, durata solo due anni, ha causato 45 milioni di morti.
Quindi le epidemie sono davvero bizzarre e imprevedibili!

Antonella Petrone, classe II C, Santarella, a.s. 2019/20

Due epidemie a confronto: l’una raccontata in un testo letterario, l’altra vissuta oggi sulla propria pelle ed attraverso i media.

L’epidemia è la rapida diffusione di una malattia contagiosa che comporta, in una determinata zona, un numero di casi di malati in eccesso rispetto ai valori medi attesi. Quando l’epidemia si diffonde ad altri Paesi o continenti e colpisce un numero consistente di persone si parla di pandemia.

Varie possono essere le cause, quali un cambiamento nella popolazione di riferimento come per esempio un aumento dello stress con conseguente abbassamento delle difese immunitarie o l’arrivo di un nuovo parassita.

La storia riporta vari episodi di epidemie verificatesi nel tempo e le cui origini spesso sono legate alla convivenza degli esseri umani con animali da allevamento, all’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo e in alcuni casi le cause sono ancora sconosciute.

A titolo di esempio ricordo la peste antonina (dal 165 al 180), la peste di Giustiniano (dal 541 al 542), la peste nera (dal 1347 al 1351), il vaiolo ( dal 1520 ai tempi odierni), ecc.       

Quest’oggi si sta vivendo un  periodo  complicato in quanto è in corso una vera e propria pandemia: il COVID-19 ( CO sta per CORONA, VI sta per VIRUS, D per disease, 19 indica l’anno in cui si è manifestata).

Questa potrebbe rappresentare un rischio per la scomparsa del genere umano e quindi, anche se non si può pensare di eliminare le epidemie, si deve almeno imparare a conviverci e a gestirle.

In questo può venirci in supporto la storia perchè la memoria è un elemento fondamentale: la storia ci aiuta a comprendere ciò che è stato, che è accaduto, ci fa conoscere le scelte fatte e quindi da fare in tutti i campi (sanitari, economici, ecc.), ci fa orientare nelle direzioni giuste rappresentando una bussola per il futuro.

Per questo motivo confronto il COVID-19 con la peste nera del 1348 a Firenze, come descritta da Giovanni Boccaccio nell’Introduzione del Decamerone.

A quel tempo si ipotizzarono varie cause sull’origine della peste attribuita alla combinazione e al volere dei corpi celesti e delle costellazioni (il destino) oppure vista come  una punizione di Dio agli uomini per le azioni ingiuste compiute.

Al giorno d’oggi queste ipotesi sono impensabili in quanto il mondo contemporaneo va alla ricerca di verità oggettive e razionali, di cause riscontrabili nella realtà in cui viviamo. Ed infatti varie sono state le ipotesi sull’origine della pandemia in corso e quindi del virus che l’ha scatenata: da un complotto politico economico con la creazione in laboratorio di un virus che piegasse l’impero asiatico, all’alimentazione asiatica basata anche su pipistrelli e sepenti, ecc..

A questa causa oggettiva non nascondo di aver sentito chi associasse un possibile segnale di Dio all’umanità che, ormai, rincorre sempre più valori economici, estetici, di piacere personale a scapito della tutela dell’unità familiare, del rispetto degli altri, dell’ambiente, delle tradizioni e dei valori cristiani e morali. Non nascondo che in questo periodo in cui molte cose si sono fermate ed altre sono cambiate, si sono valorizzati e apprezzati aspetti che davamo per scontato: le riunioni familiari, gli incontri con gli amici ed altro.

Comunque, proprio per la diversa convinzione dell’origine dell’epidemia, Boccaccio racconta di umili preghiere e processioni che a differenza nostra fecero.

Con riferimento al focolaio di origine e alla successiva estensione territoriale dell’epidemia, come la peste nera “nelle parti orientali incominciata, inverso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata” anche  il COVID-19 ha avuto origine in Oriente per poi arrivare anche in Occidente. E inoltre la storia ci racconta che molte delle epidemie hanno avuto origine asiatica, per quanto alcune poi non si sono estese sino in Europa, come per esempio l’influenza di Hong Kong del 1968, la SARS del 2002 e  l’influenza suina del 2009.

L’estensione territoriale è dovuta alla caratteristica comune delle epidemie e cioè alla rapida diffusione del contagio  “non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate”. Così come durante la peste nera il contagio avveniva non solo avvicinandosi agli infermi ma anche toccando cose o indumenti degli stessi, così elevato è il contagio per quanto riguarda il COVID-19 se non vengono rispettate le idonee misure prescritte dalle competenti autorità.

Diffusione che ai nostri tempi è ancor più elevata per gli attuali più rapidi mezzi di trasporto quali ad esempio l’aereo.

In merito al periodo di manifestazione in Italia, Boccaccio riferisce “infra il marzo ed il prossimo luglio vegnente” e anche in Italia la massima manifestazione è incominciata a marzo e in quel periodo sono stati adottati vari provvedimenti restrittivi. La peste nera a Firenze si sprigionò tra marzo e luglio dello stesso anno, con oltre centomila decessi… Fin ora non si sa quando finirà il Corona Virus, ma si è consapevoli dei centocinquantamila morti e, fiduciosa nella fonte storica, spero che con il mese di luglio possa terminare questa pandemia.

A differenza del COVID -19 che si è manifestato ovunque come un’influenza polmonare con problemi respiratori, la peste nera si esternò in maniera differente tra Oriente, ove agli ammalati usciva il sangue dal naso, e Occidente ove nascevano dei grossi rigonfiamenti sull’inguine o sotto le ascelle che poi apparivano anche sulle altre parti del corpo trasformandosi in macchie nere o livide.

È con riferimento ai rimedi adottati per affrontare l’epidemia e alle cure garantite che si riscontra la maggiore differenza tra la peste nera ed il Covid -19.

Nel 1348  “tutti quasi ad un fine tiravano assai crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e cosí faccendo, si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare (…) per la qual cosa a coloro, de’ quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase che o la caritá degli amici, e di questi fûr pochi, o l’avarizia de’ serventi li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti servieno“.

Oggi, con particolare riferimento all’Italia,  l’articolo 32 della Costituzione tutela il diritto alla salute: <<La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.>> Questo però non è uguale in tutte le nazioni come per esempio in America.

Così mentre nel 1348 quando ci si accorgeva che qualcuno era infetto non c’era nessun rimedio per salvarlo, infatti nè consigli di medici, nè virtù di medicina servivano… così pochi ne guarivano e la maggior parte nell’arco di tre giorni dal contagio moriva. Attualmente non è così grazie alle autorità politiche e scientifiche che adottano vari provvedimenti a tutela della salute e grazie ai nostri eroi, i medici e gli infermieri, che lottano sempre per salvare molte vite umane non abbandonandole neanche in fin di vita.

E ciò non avvenne durante la peste nera “per ciò che, non solamente senza aver molte donne da torno morivan le genti, ma assai n’eran di quegli che di questa vita senza testimonio trapassavano: e pochissimi erano coloro a’ quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute“.

Anche ora molte persone per ragioni sanitarie  non hanno potuto avere a fianco i propri cari  prima di morire ma, quantomeno, hanno potuto salutarli attraverso dispositivi informatici, per quanto la tecnologia non possa sostituire il calore e l’affetto umano.

In merito alla sepoltura, durante la peste nera lì dove non c’era la possibilità di una bara per il corpo defunto, quest’ultimo veniva poggiato su una tavola e portato via e non bastando la terra sacra alle sepolture, si fecero grandi fosse comuni. Questo in Italia non è accaduto ed anche nei casi di decessi molto numerosi i corpi dei defunti sono stati  trasportati dai camion militari e cremati, diversamente, ad esempio dell’America, ove hanno creato fosse comuni.

Tra i vari rimedi adottati, Firenze fu dichiarata “zona rossa” e si vietò l’ingresso degli infermi all’interno della città, così come in Italia si sono vietati determinati spostamenti.

Dal raffronto delle varie epidemie succedutesi nel tempo emerge che il numero dei decessi rispetto al passato più lontano si è ridotto, numero da considerarsi in rapporto al più ampio territorio di possibile contagio derivante dalla più ampia mobilità grazie ai moderni mezzi di trasporto. Ed inoltre oggi noi conosciamo un dato verosimilmente veritiero grazie ai moderni mezzi di comunicazione e di diffusione delle notizie.

Verosimilmente veritiero perchè per molti dei decessi avvenuti nell’anno in corso non sono state appurate le cause con un tampone e quindi il numero dei decessi da Covid – 19 dichiarato è inferiore al numero effettivo. E ciò emerge altresì dai dati forniti dall’INPS che ha visto ridursi notevolmente rispetto al passato il numero degli aventi diritto alle prestazioin pensionistiche.

Comunque i numeri restano numeri, perchè ogni decesso ha un suo valore essendo inestimabile il valore di una vita umana, indipendentemente dall’età e dal contesto di riferimento. E ciò deve farci riflettere perchè la vera ricchezza sta nel comprendere che noi tutti siamo anelli di una stessa catena è che la felicità individuale dipende dal benessere di tutti.

Arbore Angela Maria, classe II C, Santarella, a.s. 2019/20

La chiave di Sara

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, ho avuto la fortuna di vedere “La chiave di Sara”, un film francese che narra la storia della di Sara, una bambina ebrea vittima dell’Olocausto.

A riproporci e a farci scoprire la tragedia della bambina, e con lei di tutto il popolo ebreo, è la protagonista del film, Julia, una giornalista americana che vive in Francia da vent’anni e che viene incaricata dal suo giornale di scrivere sui fatti avvenuti nel 1942 al Vèlodrome d’Hiver, luogo in cui vennero ammassati migliaia di ebrei parigini prima di essere deportati nei campi di concentramento.

Nel film ciò che per Julia era solamente materiale per un articolo si trasforma in una questione personale, in quanto scopre che la casa in cui deve trasferirsi è la stessa abitata da Sara e dalla sua famiglia prima della deportazione: questa è l’occasione per rivivere la storia tragica della bambina.

Sara, prima di essere catturata insieme ai genitori durante una retata nazista, aveva nascosto il fratellino in un armadio per non farlo trovare dai tedeschi e gli aveva fatto promettere di non uscire di lì fino al suo ritorno.

Riuscita a fuggire dal campo era tornata finalmente a Parigi nella sua vecchia casa e lì aveva trovato il fratello morto, ancora chiuso nell’armadio.

Questa tragedia segna per sempre la vita di Sara che si era trasferita in America, con la speranza di poter dimenticare ciò che le era accaduto durante la guerra.

Lì si era sposata e aveva avuto anche un figlio, ma, incapace di sopportare il suo atroce senso di colpa, si era suicidata, lasciando il bambino orfano a soli 9 anni.

Tutti questi fatti nel film vengono descritti in un susseguirsi di flashback, parallelamente con il presente della protagonista Julia. La giornalista riesce anche a ritrovare William, il figlio di Sara, che non sapendo nulla della vera storia della madre e rimasto scosso e incredulo davanti al racconto dei fatti, la allontana.

Solo alla fine del film i due riusciranno ad incontrarsi di nuovo, quando ormai William avrà accettato la dolorosa verità e Julia, diventata di nuovo mamma, deciderà di chiamare “Sara” la sua piccola, in ricordo  della tragica storia da lei stessa riscoperta e rivissuta.

La narrazione si muove dunque su due binari, tematici e temporali, paralleli tra loro, integrati dalla sceneggiatura ma allo stesso tempo ben differenziati dal punto di vista fotografico: scarne e fredde le immagini che descrivono gli avvenimenti contemporanei, dai colori seppiati quelle che raccontano la vita di Sara, come a voler avvicinare lo spettatore al suo punto di vista.

Questo film si inserisce tra i titoli che raccontano l’Olocausto ma in modo originale, affrontando il dramma della persecuzione degli ebrei attraverso un punto di vista diverso; pur non mostrando le atrocità dei campi di sterminio rappresenta ugualmente bene l’orrore di quei giorni, il silenzio dell’indifferenza e l’impossibilità, da parte di chi è sopravvissuto, di dimenticare e tornare a vivere un’esistenza normale.

Come sempre lo studio della storia e lo studio del proprio passato, stimolato come in questo caso dalla forza delle immagini cinematografiche, possono darci una mano a comprendere e superare le difficoltà e i pregiudizi del nostro vivere quotidiano.

Nel percorso personale di Julia, la ricerca, la scoperta e l’accettazione della verità sono indispensabili per alimentare la speranza di un futuro diverso, improntato alla condivisione di valori diversi dalla menzogna, dalla paura e dall’odio: questo messaggio di speranza si incarna nella figlia di Julia, una nuova, piccola Sara.

Rivivere gli orrori di cui l’uomo è stato capace, recuperare la nostra storia, la storia che è fatta dall’insieme di tante “storie” personali è il punto di partenza per superare i pregiudizi e le incomprensioni di oggi.

Ogni storia ha il diritto e il dovere di essere raccontata, altrimenti rischia di essere dimenticata e quando qualcosa viene dimenticato noi tutti ci allontaniamo dalla verità.

Francesco Diaferia, classe III D Scuola Santarella, a.s. 2019/2020

FESTA DELL’ALBERO: UN SALTO NELLA STORIA

Ogni anno il 21 novembre celebriamo gli alberi, il loro indispensabile contributo alla vita poiché essi svolgono l’importante funzione di assorbimento di anidride carbonica e di restituzione di ossigeno e di protezione della biodiversità.

Sapete quali sono le origini di questa festa?

Seguiteci nel nostro viaggio e lo scoprirete!

Sin dai tempi più antichi gli alberi sono stati curati, onorati e rispettati per la loro bellezza, per la loro “saggezza”: sono gli esseri viventi più antichi e longevi del pianeta, possono raccontare tante storie e, dietro la loro corteccia ruvida, nascondono tanti segreti a prima vista inaccessibili.

Gli alberi in passato sono stati considerati sacri, al pari degli esseri umani, addirittura come divinità.

Già nel periodo dell’antica Grecia l’albero aveva un ruolo fondamentale, perché erano molto diffusi l’albericoltura e l’impianto di boschi.

Questa usanza arrivò anche nell’antica Roma dove i boschi erano consacrati alle divinità. In epoca romana le “Lucarie” erano la più grande festa silvana: si celebrava il 19 e il 21 luglio in onore degli alberi che erano stati impiantati nei mesi precedenti. Numerosi erano inoltre i numi e i geni tutelari dei boschi e delle selve come Silvano che veniva rappresentato in procinto di collocare a dimora una piantina di cipresso.

Il primo “Arbor Day” fu istituito nel 1872, in Nebraska, con l’intento di dedicare un giorno all’anno alla piantagione di alberi per sensibilizzare le persone in merito al rispetto dell’ambiente.

Nell’anno 1898, lo statista Guido Baccelli, Ministro della Pubblica Istruzione, fece celebrare in Italia la prima Festa dell’albero che fu istituzionalizzata nella Legge Forestale del 1923, con lo scopo di infondere nei giovani l’amore per la natura.

Nel 1992 fu istituita una legge che prevedeva che ogni Comune piantasse un nuovo albero per ogni bambino nato.

Purtroppo essa, adesso, non viene più considerata ed è un vero peccato!

Immaginate quanti alberi avremmo ora! Saremmo veramente ricchi…

Nel 2013, con la Legge n. 10 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, è stata istituita dal ministero dell’Ambiente la “Giornata Nazionale degli Alberi” da celebrare il 21 novembre di ogni anno, con l’obiettivo di promuovere la tutela dell’ambiente, la riduzione dell’inquinamento e la valorizzazione degli alberi in città.

Un albero per il clima, #ChangeClimateChange: è lo slogan che quest’anno accompagna la Festa dell’Albero.

L’iniziativa è stata promossa da Legambiente che, dal 21 novembre e per tutto il week end, ha organizzato circa 500 appuntamenti in tutta Italia con la piantumazione di nuovi alberi.

Ha scelto l’area del Vesuvio in Campania per piantumare 300 nuovi alberi (tra lecci, querce, corbezzoli) e risanare la ferita causata dall’incendio boschivo del 2017, che ha devastato oltre tremila ettari del Parco Nazionale del Vesuvio.

Senza gli alberi la vita sulla Terra sarebbe impossibile.

Le specie vegetali infatti ci donano ossigeno, fondamentale per la nostra vita, contribuiscono alla pulizia dell’aria eliminando inquinanti come ozono, ossidi di nitrogeno e biossidi di zolfo, mitigano gli effetti della crisi climatica.

Tutte le scuole italiane che aderiscono all’iniziativa mettono a dimora piccoli alberi nei giardini delle scuole, nei parchi e nelle zone abbandonate. Così avviene anche per il nostro Istituto Comprensivo: nel giardino della scuola “Cifarelli” viene piantato un bellissimo leccio.

Impegniamoci tutti ad avere cura dei nostri alberi, dei nostri boschi, delle nostre foreste!

Sara Brattelli, Lidia Torelli, Scuola “Santarella”, Classe I F, A. s. 2019/2020

Cartelloni per ricordare

Ricordare i martiri.

È questo che ci ha spinto a mettere su carta le testimonianze delle persone che sono morte per i loro ideali, confrontandoli con quelli di ieri e di oggi.  Aiutati dalla professoressa abbiamo ricercato informazioni sulla vita di persone speciali nella vita quotidiana.

Persone normali che hanno lasciato un segno nella nostra comunità sacrificandosi nell’anima e nel corpo.

Dividendoci in gruppi abbiamo approfondito la vita di questi uomini straordinari del passato e del presente. Associando ad ogni martire una breve storia della sua vita, abbiamo compreso gli ideali per cui combattevano.

Santo Stefano, San Sebastiano, San Paolo, Anna Frank, Iqbal Masih, Falcone e Borsellino.

Sono solo alcuni dei tanti martiri che hanno fatto la storia.

Un lavoro per noi molto interessante e coinvolgente, che ci ha fatto conoscere meglio persone di cui già sapevamo e incontrare per la prima volta uomini e donne che hanno reso il mondo un luogo migliore anche per noi, per le generazioni future.

Irene Cusanno, Giuliano Graziano , Maria Chiara Liso, Maria Lucrezia Pellecchia, Matteo Roselli, classe II C Scuola Santarella, a.s. 2018/19

Brindisi di Montagna: un giorno nel Medioevo

Il giorno 9 maggio 2019, la nostra classe I C ha partecipato al viaggio d’istruzione a Brindisi di Montagna, insieme con le altre prime.

Siamo partiti molto presto e siamo arrivati alle ore 9:30.

Il viaggio è stato un po’ lungo, ma abbiamo visto tanti borghi di montagna e paesaggi affascinanti.

Appena arrivati, ci hanno diviso in gruppi di circa 30 alunni, poi hanno avviato tutte le attività.

 

Innanzitutto abbiamo partecipato al Laboratorio del miele a cura dell’Apicultura di Andrea Cufino. Gli elementi principali di questo laboratorio erano le api e il miele:

  • ci hanno fatto vedere le api;
  • hanno spiegato la differenza tra l’ape e la vespa: la vespa non produce miele e la “cera” è molto più scura rispetto a quella delle api;
  • ci hanno spiegato anche che, nell’alveare, le api femmine sono importanti, ecco perché il capo è l’ape regina, l’ape che comanda su tutte le altre;
  • ci hanno anche fatto assaggiare un po’ di miele ed era delizioso (c’era anche la possibilità di comprarne un vasetto).

Dopo questa attività molto “gustosa”, abbiamo assistito allo spettacolo di falconeria, il Laboratorio dei Rapaci a cura della Società Bit Movies.

Abbiamo ammirato il volo di alcuni grandi rapaci: era molto interessante.

Prima di tutto ci hanno fatto delle domande sulla falconeria: chi rispondeva bene poteva ricevere un bonus che consisteva nel far provare a volare uno dei quei rapaci. Alla fine solo due persone hanno potuto provare questa incredibile impresa.

In questo laboratorio abbiamo conosciuto tanti rapaci:

  • falchi che ad ogni segnale volavano da una parte all’altra (i loro occhi erano molto attenti ma il loro punto di forza era l’udito, ecco perché tutti dovevamo restare in silenzio soprattutto quando erano i gufi a volare: di notte, i loro occhi gialli o rossi vedono al buio, ma di giorno percepiscono solo i suoni e i rumori);
  • poiana americana e barbagianni.

Si vedeva che tutti quei rapaci erano ben addestrati da professionisti.

Dopo questi due laboratori, siamo passati alla fase “storica” a cura dell’Associazione di rievocazione storica Historia e abbiamo partecipato a vari laboratori:

  • Laboratorio di Ceramica
  • Laboratorio di Cucina Medievale
  • Laboratorio di Tiro con l’arco storico
  • Laboratorio delle Maglie di ferro.

Per il Laboratorio di Ceramica c’era un tavolo su cui erano poggiati piatti e vasi molto particolari: ci hanno spiegato anche alcune tecniche per decorarli.

Sembrava una specie di “magia”!

C’erano anche dei manufatti in ceramica in versione calamita: tutto era fatto a mano e, nonostante questo, tutto era preciso e creativo. Si poteva acquistare uno degli oggetti.

 

Laboratorio di Cucina 

Medievale: il tavolo era colmo di farina, piante; però c’era anche una cosa particolare cioè la pelle di un animale, l’ermellino. Era marrone e molto soffice.

Anche quest’attività è stata interessante.

Ci hanno spiegato che ai vecchi tempi tutti bevevano il vino che però non conteneva sostanze alcoliche come adesso. Lo bevevano anche i bambini a partire da un anno circa, molto annacquato. Alle nostre domande incredule la guida ha spiegato che a quei tempi l’acqua era molto sporca e piena di batteri, quindi in vino funzionava come una specie di disinfettante. I neonati invece bevevano il latte della mamma.

 

Laboratorio di Tiro con l’arco storico: l’elemento principale di questo laboratorio era l’arco.

Innanzitutto ci hanno spiegato come si usa un arco:

  • come ci si posiziona per tenerlo in mano;
  • come si prende in mano;
  • come si tira;
  • come si può essere precisi nel tiro;
  • come si tira senza essere né deboli né troppo forti.

Tutti volevano provarci, perché era divertente, ma per mancanza di tempo hanno provato solo due di tutti noi.

 

Durante il Laboratorio delle Maglie di ferro ci hanno spiegato che l’usbergaio era un artigiano specializzato nella costruzione di cotte di maglia, che sono delle armature.

Tale tipo di armatura, nel Medioevo chiamata appunto usbergo o cotta di maglia, era costituita da anelli di ferro intrecciati fra loro, che formavano un vero e proprio abito di metallo adattabile alla figura del soldato e che proteggeva il corpo dei combattenti.

Successivamente, a cura dell’associazione culturale “I cavalieri di Bianca Lancia”, c’è stato l’allestimento fedele di un accampamento medievale a cui è seguito un laboratorio degli ossi.

Alle 13:30 c’è stata la pausa pranzo: oltre a mangiare ci siamo anche divertiti moltissimo, alcuni hanno giocato a palla, altri si divertivano in altro modo.

 

 

Faceva un gran caldo, ma tutti erano molto felici.

La pausa è terminata alle 15:30 e poi c’è stata la Cerimonia di Investitura e, a cura dell’Associazione Bianca Lancia, il torneo di cavalleria.

La Cerimonia di Investitura consisteva nel nominare cavaliere un ragazzo ed è stato scelto un alunno di un’altra scuola.

 

In seguito tre cavalieri si sono sfidati in un torneo; ognuno aveva il suo colore: rosso, giallo e verde.

La prima sfida si è tenuta tra il cavaliere rosso e quello verde: c’erano tre prove e chi superava più velocemente il percorso vinceva.

Le tre prove consistevano nell’infilzare una lancia di fieno, nel prendere un cerchio al volo ed infine nell’acchiappare un fazzoletto.

La prima sfida è stata vinta dal cavaliere verde; l’altra sfida si è tenuta tra il cavaliere verde e il cavaliere giallo.

Il vincitore del torneo è stato proprio il cavaliere giallo.

Il torneo è stato molto avvincente e competitivo, noi facevamo il tifo ora per l’uno e ora per l’altro degli sfidanti.

 

Alle ore 17:00 si sono concluse tutte le attività e ci siamo messi in viaggio verso la scuola; siamo arrivati a Corato alle 20.30 circa.

 

Abbiamo davvero vissuto una giornata all’insegna delle emozioni: attraverso i tanti laboratori abbiamo fatto un tuffo nel passato e ci siamo calati nella realtà del Medioevo, abbiamo imparato tanto e di sicuro ripeterei questa esperienza affascinante, imprevedibile e divertente.

Antonella Petrone, classe I C Scuola Santarella, a.s. 2018/19

Il nostro “Giorno della Memoria”

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche la nostra.”, Primo Levi

Il giorno 24/03/19 noi alunni della classe III E con la docente di religione, dopo aver approfondito lo studio della Shoah, abbiamo realizzato in gruppo alcuni cartelloni riguardanti questo scempio.
Ogni alunno ha sfruttato le proprie abilità disegnando, scrivendo e ingegnandosi per trovare il modo più creativo per ricordare quest’orrore della storia.


Durante la seconda guerra mondiale approssimativamente morirono, in tre anni, circa sei milioni di ebrei senza un preciso motivo, o meglio per motivazioni che non seguono un senso logico: infatti, il nazista è convinto che esistano “razze” superiori e “razze” inferiori e quella ebrea è considerata la peggiore di tutte.

 

A scuola abbiamo imparato non solo a conoscere i vari avvenimenti storici che portarono all’ascesa del nazismo e alla promulgazione delle leggi razziali, ma abbiamo imparato anche a vedere le cose dal lato umano, guardando film e leggendo testimonianze di uomini e donne che avevano visto cosa stava accadendo nella società del tempo. Ma del resto non serve guardare lontano per ricordare, basta semplicemente chiedere a qualche persona più anziana e guardare i loro occhi pieni di lacrime: noteremo che portano ancora il segno di ciò che è accaduto.
I bambini, le donne e gli anziani venivano uccisi subito mentre gli uomini più forti venivano sfruttati fino alla morte.

Carne da macello, rifiuti umani senza più dignità né sembianze umane; ecco come erano ridotti gli ebrei e con loro anche i “non puri”. Sono stati scritti libri interi su questo tema e girati molti film, per cui non pretendiamo di poter trasmettere l’immensità di questa tragedia in queste poche righe, ma di poter aiutare a non far dimenticare. Nessuno è colpevole perché diverso nella cultura, nell’aspetto, nelle origini…

E tutti gli esseri umani sono uguali e appartengono ad un’unica razza, quella “umana”.

 

 

“Tutti noi abbiamo il diritto di vivere bene in questo mondo senza sentirci inferiori o sottomessi e di conseguenza abbiamo il dovere di rispettare gli altri.”, Liliana Segre.

Nel 2000 è stato istituito il “Giorno della Memoria” per far sì che non si spenga il ricordo di ciò che è accaduto e fare in modo che questi episodi non si ripetano mai più. Infatti, nessuno può essere ritenuto diverso, perché ognuno serve a costruire il puzzle del mondo.

Classe III E Scuola Santarella, a.s. 2018/19

 

Laboratorio su Attila

Durante il percorso di studio, ci siamo imbattuti nella storia del popolo dei Longobardi, capitanato da un personaggio emblematico.

Il suo nome è Attila, imperatore e condottiero, governatore di un vastissimo impero, unificatore dei popoli barbarici.

Per approfondire la conoscenza di questo personaggio, abbiamo creato dei gruppi di lavoro; Dalla nostra professoressa di Storia abbiamo ricevuto il materiale per lavorare che consisteva in schede, con elencati punti da ampliare, fonti iconografiche e scritte. Ogni gruppo ha sviluppato il lavoro, raccogliendo tutte le informazioni e descrivendo la storia di Attila in maniera autobiografica. Sono state ricreate pagine di diario, pergamene antiche e disegni del guerriero. Prezioso aiuto ci è stato fornito dai bambini di quinta della scuola ”Cifarelli” che si sono uniti entusiasti al progetto.

L’esperienza è stata costruttiva per tutti, perché ci siamo addentrati nell’argomento giocando e divertendoci, rafforzando i rapporti tra noi alunni e facendoci studiare storia in maniera piacevole che sicuramente ci resterà impressa nella mente.

Classe I A – Santarella – a.s. 2018/19

INCONTRO STRORDINARIO A BARI: il Papa e i capi delle chiese mediorientali pregano insieme per la pace

Bari, 7 Luglio 2018: si sta svolgendo ora un evento che sarà ricordato per sempre in tutto il mondo, l’incontro ecumenico di preghiera del Papa con i patriarchi e i capi delle chiese del Medio Oriente. Tanta emozione tra la folla di fedeli in attesa sin dal mattino presto.

È stato proprio il Papa a scegliere la città di Bari per l’incontro, perché è la città di San Nicola e perché è la porta che unisce l’Occidente con l’Oriente, i cristiani cattolici con i cristiani ortodossi.

In Largo Giannella, sul lungomare di Bari, si è pregato insieme, in tante lingue diverse: italiano, inglese, francese, greco, arabo, armeno e assiro. Le parole del Papa hanno fatto riflettere tutti, sia chi le ha ascoltate dal vivo sia chi ha seguito attraverso la televisione o la radio: “Abbiamo all’orizzonte il mare e ci sentiamo rivolti con il cuore al Medio Oriente, crocevia di civiltà. Preghiamo per la pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare… L’indifferenza uccide e noi vogliamo essere voce che contrasta l’omicidio dell’indifferenza. Vogliamo dare voce a chi non ha voce, a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio Oriente oggi piange, soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze”.

In Medio Oriente ci sono guerre, violenze e distruzione e tutto questo è accaduto nel silenzio di tutti i cittadini; proprio per questo motivo il Papa ha paura che i cristiani possano essere cancellati dal Medio Oriente, rovinando il volto stesso della regione, perché “un Medio Oriente senza cristiani non sarebbe Medio Oriente”.I cristiani sono luce del mondo e devono illuminare le tenebre, devono distruggere l’odio e la malvagità e portare nei popoli pace e amore; quando ciascuno di noi rivolge una preghiera al Signore e quando, senza pensare al proprio interesse, aiuta un fratello o una sorella a rialzarsi e a ritrovare la forza di andare avanti, allora “arde e risplende il fuoco dello Spirito”, lo Spirito di umanità, Spirito di unione, Spirito di pace.

Al termine dell’incontro di preghiera comune, il Papa e i Patriarchi sono ritornati alla Basilica di San Nicola per un dialogo a porte chiuse.

Il Papa e gli altri capi religiosi hanno parlato al cuore di tutti noi, piccoli e grandi, è importante che ciascuno di noi, nel proprio piccolo, si impegni a portare la pace, il perdono, ad aiutare gli altri in difficoltà.

Noi, anche attraverso le nostre parrocchie e le associazioni umanitarie, dobbiamo dar da mangiare e da bere a chi ha fame e sete di giustizia, dobbiamo aiutare i perseguitati, i bambini poveri che non hanno una casa, del cibo, una famiglia, in modo che possano avere un futuro migliore.

Antonella Petrone, Classe V C, Scuola Primaria “Cifarelli”, A.s. 2017/2018

FESTA DELL’EUROPA: cercatori dei segni

Il progetto segue il tema del Progetto Educativo 2017/18 proposto dall’Associazione Vivere In, che a sua volta si ispira alla decisione del Parlamento europeo di indicare il 2018 come “Anno europeo del patrimonio culturale” ed alla scelta dell’ONU di considerare il 2018 “Anno Internazionale del Turismo sostenibile”.

Cogliendo il valore delle due proposte, il seguente progetto ne assume le finalità educative:

  • Valorizzare il patrimonio culturale dell’Europa quale risorsa condivisa;
  • Sensibilizzare alla storia e ai valori comuni;
  • Rafforzare il senso di identità e la capacità di apertura ad altre culture

Per promuovere un umanesimo di respiro universale e fondativo di nuova civiltà.

Il progetto ha investito l’intero anno scolastico ed ha avuto diverse fasi.

Nella fase iniziale del progetto sono state attivate reti operative dapprima con l’Associazione proponente “Movimento di spiritualità Vivere In”, poi con le altre scuole del territorio ed in particolare con la “Tattoli” che è stata l’unica a rispondere positivamente, con il Museo del Territorio, con la Proloco, con le Misericordie, con l’Associazione Abracadanza ed infine con il Comune e le forze di Polizia.

Nella seconda fase è stata realizzata in ciascuna classe a cura del docente di geografia una schedatura guidata dei beni culturali

presenti nel Paese europeo selezionato; la ricerca e la mappatura di altri beni di rilevanza storico-artistica materiali o immateriali meno conosciuti di cui si è realizzato un dossier tale da poter essere esposto oralmente al fine di valorizzare il bene stesso in una logica di apertura alle altre culture.

Intanto le docenti di lingua hanno preparato una simulata relativa ad una riunione del Parlamento Europeo ambientata nella sala consiliare del Palazzo di Città finalizzata alla presentazione dei beni studiati.

Si è, inoltre, svolto un incontro per classe con le esperte del nostro territorio operanti nel Museo del territorio. Esperte, con cui in un secondo momento si è realizzata una visita sul territorio alla scoperta dei segni ivi presenti per conoscerne la storia in modo accattivante attraverso un’esperienza di turismo consapevole e sostenibile: via Appia, i Titoli, i nostri Tratturi, la

chiesa di S. Lucia, la piscina della Reda, la Chiesa-Neviera.

Infine, le docenti di arte, utilizzando le fotografie realizzate durante l’escursione, hanno rielaborato con gli alunni tutti gli angoli visitati del nostro territorio.

Pagina de “Lo Stradone” pubblicata nello stesso periodo del progetto.

 

Inoltre, dal mese di gennaio si è attivato un laboratorio di danze popolari con le esperte di Abracadanza.

Il giorno 9 maggio, Festa dell’Europa, si è svolta la doppia manifestazione: nel pomeriggio nella Sala Consiliare e in serata in Piazza Cesare Battisti.

Un aspetto che ha caratterizzato tutto il percorso è stato il coinvolgimento di tutti gli alunni delle classi seconde che a vario titolo hanno partecipato al progetto ed il coinvolgimento, trasversale ai corsi, di molti docenti. E’ stato, insomma, un bel lavoro di squadra! 

Gli alunni hanno imparato a valorizzare il patrimonio culturale materiale ed immateriale dell’Europa quale risorsa condivisa; sono stati sensibilizzati alla storia locale e ai valori comuni; hanno rafforzato il senso di identità e la capacità di apertura ad altre culture.

Inoltre hanno potenziato il lessico sia nella lingua italiana che in inglese e francese; hanno imparato a coordinarsi in gruppi non omogenei per sesso e per classe secondo un ritmo musicale; hanno potenziato la loro autostima nell’esporre in pubblico, ecc.

L’esperienza è stata ricca, coinvolgente e positiva.  A testimonianza, ne hanno abbondantemente dato notizia le testate giornalistiche locali.

http://www.lostradone.it/festa-dell-europa-trionf/

http://www.coratolive.it/liveyou/3576/festa-dell-europa-cercatori-di-segni-9-maggio-2018

 

La Redazione

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